L’invasione turca del Kurdistan siriano, e il tentativo di sostituzione etnica per insediare i rifugiati siriani al posto delle locali popolazioni curde, non è cominciata ora che si muovono i tank e sparano i cannoni di Erdogan. L’operazione ha avuto il suo inizio politico dieci giorni fa a milleduecento chilometri a Ovest di Rojava, la città su cui ora puntano le forze turche. Il 29 settembre nel campo profughi di Moria, sull’isola greca di Lesbos, una madre e il suo bambino bruciarono vivi in un incendio scoppiato accidentalmente ma reso incontrollabile dalle drammatiche condizioni di sovraffollamento. Seguirono sommosse e incidenti. Il campo, costruito per tremila persone, ne ospitava oltre diecimila. Pochi giorni prima Medici senza frontiere aveva parlato di «catastrofe umanitaria» per i profughi ammassati sulle isole greche. Nel solo mese di agosto Frontex, l’agenzia Ue per il controllo delle frontiere, ha denunciato l’arrivo dalla Turchia di oltre 9 mila rifugiati siriani: il doppio dell’anno precedente. Per cercare di fermare il flusso, i ministri dell’Interno di Francia e Germania, e il commissario europeo all’immigrazione erano volati ad Ankara. Con l’unico risultato di dover constatare che il presidente turco Erdogan aveva deciso di riaprire il rubinetto dei profughi e ricominciava a rinfacciare alla Ue di non aver mantenuto i patti. Forse allora non molti capirono che l’ennesimo ricatto turco era una mossa preventiva, per tacitare le proteste europee quando sarebbe scattata l’invasione della Siria. Ma ora le dichiarazioni di Erdogan, che minaccia apertamente di «mandare 3,6 milioni di profughi siriani» nella Ue se questa continuerà a criticare l’invasione della Siria, hanno chiarito senza ombra di dubbio i termini della partita, e anche la posta in palio. A questo punto i ministri degli esteri europei che si ritroveranno lunedì a Lussemburgo hanno davanti a quella che si definisce una “alternativa del diavolo”: una scelta tra due opzioni entrambe disastrose. La condanna della Turchia, già espressa da tutti in termini assai chiari, non lascia dubbi. Su questo punto, per una volta, l’Europa non è divisa. Ma il problema è come esprimere concretamente questa condanna. Gli europei possono abbozzare, come ha fatto Trump che ha ritirato i suoi soldati per non ostacolare il massacro dei curdi, firmando così l’ennesima sconfitta, politica, ma questa volta anche morale, della superpotenza americana dopo l’Afghanistan e l’Iraq. Oppure possono cercare di reagire e di far pagare a Erdogan un prezzo elevato per la sua prepotenza militare. In questo campo l’Europa, più ancora degli Usa, ha gli strumenti per fare davvero male al presidente turco, già alle prese con una crisi economica molto dura. Bruxelles può congelare il versamento dei tre miliardi di euro che ancora deve dare ad Ankara in base all’accordo del 2016 che pose fine al primo grande esodo di un milione di rifugiati siriani. Può dichiarare definitivamente archiviati i negoziati per l’adesione della Turchia alla Ue, già di fatto in stallo per la deviazione antidemocratica del regime di Erdogan. Può rimettere in discussione gli accordi di libero scambio, che dal 2006 hanno alimentato il miracolo economico turco. I governi europei possono addirittura sollevare in sede Nato la questione dell’appartenenza della Turchia all’Alleanza atlantica. E di certo possono sostenere all’Onu le eventuali misure di ritorsione che venissero discusse contro Ankara. Erdogan è consapevole dei rischi che corre. E per questo si è preoccupato, mesi e settimane prima dell’attacco contro i curdi, di chiarire bene quale sarebbe il prezzo che gli europei dovrebbero pagare in caso di scontro frontale con il suo regime. Un prezzo altissimo. Se la Turchia aprisse le proprie frontiere, e magari incoraggiasse l’esodo dei rifugiati siriani verso l’Europa, la Ue rischierebbe davvero il collasso. Nel settembre del 2015 centinaia di migliaia di siriani diretti in Germania hanno travolto la Grecia e messo con le spalle al muro Angela Merkel, hanno alimentato il populismo e il sovranismo di estrema destra in tutta Europa, hanno approfondito le divisioni con i Paesi anti-migranti del Gruppo di Visegrad. Infine, hanno costretto la Ue a venire a patti con Erdogan e versagli un vero e proprio riscatto perché fermasse l’invasione. Ancora oggi ci stiamo leccando quelle ferite. Se il flusso dovesse ricominciare travolgerebbe di nuovo la Grecia. Poi i Balcani, nonostante i muri e i reticolati di Orban. La solidarietà tra i governi sarebbe messa di fronte a una prova che non è in grado di sostenere: basti vedere le difficoltà che incontra l’Italia per far accettare la redistribuzione di qualche centinaio di migranti. In breve, la sopravvivenza stessa della Ue sarebbe messa in discussione. D’altra parte, se ancora una volta i governi europei si voltassero dall’altra parte mentre un popolo che si è battuto con eroismo contro i terroristi dell’Isis viene neutralizzato in spregio ad ogni regola internazionale, la Ue tradirebbe i valori morali e politici sui quali si è fondata. Nel 2016 si poteva cedere al ricatto di Erdogan per fermare il flusso dei rifugiati siriani, perché tutto quello che ci veniva chiesto erano soldi. Oggi il presidente turco pretende il nostro silenzio e la nostra acquiescenza di fronte ad un crimine internazionale. Forse a lui sfugge la differenza tra le due poste in gioco, come apparentemente sta sfuggendo all’America di Trump. Ma l’Europa non si può sbagliare: se adesso rimanesse inerte rinnegherebbe i valori su cui si è fondata. Nessun errore potrebbe essere più grave di questo.