La camminata nel deserto, per lui, comincia qui. Lunga o corta, si vedrà. La foto postata dal Viminale – mai presidiato come in questi ultimi giorni di passione – sarà anche l’ultima o quasi. Nuovo governo, nuovo ministro alla scrivania che fu di Scelba e Cossiga. L’uomo che ancora venti giorni fa, al rientro dal Papeete, aveva in mano l’Italia, si ritrova d’incanto capo dell’opposizione. Matteo Salvini è un uomo che non si capacita ancora di quanto gli abbia riservato il destino nel giro di tre settimane. Luigi Di Maio che si nega, proprio nel giorno cruciale, è solo l’ultimo affronto. Forse una telefonata d’addio, si dice. Ma salta il faccia a faccia che per giorni il segretario leghista ha inseguito. Il capo del Movimento è ormai impegnato a poca distanza da lì, a Palazzo Chigi, ma con Nicola Zingaretti. Schiuma di rabbia, l’uomo che volava sulle onde del 34 per cento delle Europee e del 38 dei sondaggi di due settimane fa. Ha già davanti a sé la scena del suo successore – Gabrielli o Minniti o proprio Di Maio, chissà – che straccerà davanti alle telecamere i decreti sicurezza, sacre scritture del salvinismo già sacrificate sull’altare del nuovo patto col Pd. Sarà il destino che attenderà forse quota 100. E il dogma di punta della propaganda, quello puntualmente disatteso dei “porti chiusi”. Eccolo lo sconfitto indiscusso, entra in scena alle 20.05 al Senato, ma soprattutto irrompe ad apertura dei tg perché così esige la “Bestia” della comunicazione leghista. Giacca e cravatta, vezzo sopraggiunto al tramonto istituzionale, è in mezzo ai due capigruppo Morelli e Romeo. Manca il numero due del partito, Giancarlo Giorgetti. Ma solo «perché è appena atterrato, non ci sono dubbi su di lui», taglia corto il segretario soprassedendo sui dissidi su strategie e tempi della crisi. Ma tutto ormai si è compiuto, a cinquecento metri da lì. A Palazzo Chigi c’è un nuovo triumvirato riunito, con Conte e Di Maio ora c’è il segretario dem. Salvini appare davanti alle telecamere esausto, ancor più che adirato. È un fiume in piena di «inorridisco», «ora capiamo i tanti no», «restiamo increduli», ma «rifarei tutto». Denuncia il «ribaltone all’italiana, alla vecchia maniera». Eppure con toni per nulla incendiari. Nega quel che tutti a questo punto si attendono dal Nerone che è in lui: «Non facciamo appelli alle piazze», annuncia, contrariamente alla ministra Alessandra Locatelli e a Giorgia Meloni che nel pomeriggio avevano iniziato a evocarle. Il leader dice che no: «Ho lavorato al Viminale anche oggi, sono ministro dell’Interno e per 14 mesi mi sono occupato di tranquillità e sicurezza degli italiani, non pianifico insurrezioni popolari, quelle si facevano nel 1848». È il Salvini che indossa già i panni del capo del centrodestra, alla conquista dell’elettorato moderato, sarà la nuova strategia. Conferma che i contatti con Di Maio ci sono stati fino all’ultimo, che i rapporti con lui sono stati «sempre buoni». Neanche nell’ora suprema del tradimento Matteo infierisce sull’ex amico Luigi. «Ognuno fa le sue scelte, ma se chi fino a una settimana fa diceva mai col Pd ora preferisce fare il governo con quelli di Bibbiano e Banca Etruria, allora noi facciamo un passo avanti, auguri». Quel che nasce per il leader leghista è il «governo delle poltrone sulla pelle degli italiani, cha fa rientrare lo sconfitto Renzi dalla finestra: la nostra dignità non è in vendita, non vale mille poltrone». L’appello che sarà rivolto domani al capo dello Stato a questo punto è uno solo. «Fateci votare – dice – perché potete scappare dagli italiani per un mese, dieci, un anno, ma dare vita nei palazzi a un governo di tutti contro la Lega, contro Salvini, non vi porterà lontano. Chi scappa non ha mai la coscienza pulita». Al capo dello Stato solo una velata, indiretta stoccata, quando retoricamente chiede se era «questo il governo di largo respiro di cui parlava: che c’azzeccano i programmi di Pd, 5S e Leu? Noi non saremo mai complici». Addio Palazzo Chigi, la nuova scalata la tenterà dal basso. «Potete scappare dal voto nazionale – incalza – Ma dovrete fare i conti con la metà delle regioni italiane che andranno al rinnovo nei prossimi mesi, a cominciare dall’Umbria a ottobre, poi Emilia-Romagna, Calabria». E sarà ancora alleanza con Meloni e Berlusconi. «Gli altri faranno alleanza anche nei territori? Vorrà dire che il M5S si scoprirà costola della sinistra, bastava dirlo prima. Scappate pure, ma non potrete farlo per tutta la vita». Poi le telecamere si spengono, il quasi ex ministro torna a casa coi suoi, appare loro sfinito. Una maschera di smarrimento prende il posto di quella truce dei 14 mesi spazzati via da con un colpo di sole d’agosto.