La buona letteratura, anche quella insensata di Paolo Nori, ha una potenza di fuoco dissimulata ma ineguagliabile. Ieri Nori ha raccontato qui il suo secondo viaggio in Russia, fatale. Una storia di magnifico nullismo, molto oltre il minimalismo, e di allusioni elegiache, aperta da un incipit che è un commento perfetto al primo viaggio italiano nel trucismo, durato un anno e mezzo, che non è poco. Scrive Nori: “La penultima volta che ho letto Anna Karenina ho avuto l’impressione che Tolstoi dicesse che le persone che frequentiamo sono come dei pianeti, e determinano le nostre orbite. E mi è tornato in mente un libro di uno scrittore francese contemporaneo, che diceva che ci sono dei momenti, nella tua vita, che una persona sparisce, la tua fidanzata ti lascia e tu, da un lato stai malissimo, dall’altro lato succede, all’improvviso, che il mondo si ripopola. Una persona sparisce e il mondo si ripopola. Perché tu hai cambiato orbita”. Il Truce è sparito (da oggi posso tornare a chiamarlo banalmente Salvini o Matteo), abita le pagine interne dei giornali, sfuma sui social dove è fomite di noia dopo tanta gioia procurata alla massa rincretinita che lo ammirava, sta facendo gli scatoloni per lasciare il Viminale a qualche zingaraccio giallorosso, ammorba di sopore conferenze stampa in giacca e cravatta e ha smesso di chiedere pieni poteri, si accontenterebbe di conservare il suo posto di non lavoro, si prepara a fronteggiare la brava gente della Lega che voleva meno tasse e più infrastrutture ma non a torso nudo, ripete la tonteria del ribaltone, lui che ha fatto il ribaltone numero tre o quattro a Berlusconi mollandolo per unire il suo brillante 17 per cento al 32 dei grillozzi, e facendolo contare il doppio o il triplo nella fogna di Facebook e di Instagram: sarà inseguito per gli acquisti dai vucumprà sulla via maestra del voto popolare a ripetizione e senza giustificazione, visto che morto un governo se ne fa un altro, e il voto alla carta, su ordinazione, è un mito attivistico d’azione del mai così affollato cretinismo italiano. Giuseppi l’amerikano vola alto, dopo averlo processato con maniere alla Tina Pica, e per lui non arriva una citazione neanche da Novosibirsk, nonostante Savoinov. Lo abbiamo perduto, questo fidanzato d’Italia sprovveduto, tenutario del piccolo bordello milanomarittimo che voleva spacciarsi per una riviviscenza del più scemo mussolinismo, Pitigrilli compreso, e il mondo si ripopola, e abbiamo cambiato orbita. Trovo curioso che tanti bravi amici non sentano che bella aria nuova si respira nel nuovo spazio siderale, come l’assenza di quel governo e di quella maggioranza e sopra tutto del suo boss grintoso e padronale ma vuoto, sia una brezza purificatrice che ci asciuga del sudaticcio del cambiamento, in attesa dei pasticci, delle deludenti partitine correntizie, della solita disamministrazione italiana probabile, salvo sorprese, con un governo composto di morti e sopravvissuti, che però si fregia di essere la buona o bonaria soluzione parlamentare europea e machiavellica della ricorrente crisi italiana, qualcosa di complicato, scombiccherato, grottesco e supremamente utile. Scomparso quel tratto di scostumatezza, di trasandatezza, di falso e modesto popolareggiamento di teatro, e finita quell’aura malsana di respingimenti, nutelle, crocifissi come amuleti, caccia al negro, censimento di zingari, esaurito quel facilismo beota della sottocultura extraeuro e del cortigianesimo automatico e servo di una bella fetta di giornalisti e amministratori del giornalismo. Ci vorrà un po’ di tempo perché certi stomaci deboli e certe anime belle digeriscano quel bolo alimentare che servirà nel 2022 a una maggioranza presidenziale non ottusa. Intanto accontentiamoci di registrare il salvinismo come una variante di ex successo del melonismo.