Sostiene Ignazio, 49 anni, operaio livello 4, impianto rivestimento tubi, che tutto è cambiato una mattina di sette anni fa, in via d’Aquino, la strada bene di Taranto. «Un tempo, passeggiando, era un continuo: Ignà, lo vuoi un curriculum? Ignà come deve fare mio figlio per entrare in fabbrica? Poi, un giorno un amico mi disse: Ignà, che coraggio, ancora lì lavori?». Gli occhi di Ignazio De Giorgio sono gli occhi degli ultimi 25 anni di Taranto, lo sguardo degli ultimi 30 anni di questo vulcano chiamato Ilva, grande due volte la città che brucia tutto quello che gli gira attorno e sputa come magma sogni, morti, veleni, progetti e cassa integrazione. «La prima cosa che mi hanno detto quando sono entrato qui dentro, da apprendista, è che niente dentro la fabbrica è piccolo. Tutto, invece, è grande. Anche un bullone: lo immagini grande come un dito e invece il più piccolo è quanto il mio braccio. Ecco, Ilva è così: ogni cosa è enorme. Anche i casini…». Ignazio ha messo per la prima volta la tuta blu, che porta ancora oggi, quando aveva 24 anni. Non fumava ancora il sigaro che oggi muove, invece, nervosamente fra le mani segnate da tutto questo lavoro. «Tubi, rivesto tubi. Da quando sono qui dentro, questo è il mio mestiere. Non è cambiato niente. Quando invece sembra essere cambiato tutto. Questa è la mia storia di operaio, ma è anche la storia di questa fabbrica e di questa città». «Non sognavo di fare il metalmeccanico – continua – E infatti ero andato via, a Vicenza. Poi sono tornato: non sopportavo quel cielo, avevo bisogno di casa mia. Qualche mese dopo avevo due anni di contratto di formazione. A casa ci fu la festa». Il siderurgico fino a quel momento era stato sempre ragione di festa. Quando nel 1959 per la prima volta si parlò dell’arrivo dell’Italsider a Taranto, l’allora sindaco Angelo Monfredi scrisse: «Alla notizia la città esultò. Fu scomodato persino un complesso bandistico che portò in ogni rione l’annuncio tanto atteso. La città cominciava finalmente a guardare al suo futuro con serenità. C’era fame di buste paga, posti di lavoro, tranquillità economica, serenità. Se ce lo avessero chiesto avremmo costruito lo stabilimento anche in pieno centro cittadino. Sul lungomare!». In realtà non lo costruirono troppo lontano. Per non eccedere nei costi dei nastri trasportatori, che dovevano portare il materiale dal porto alla fabbrica, dalla fabbrica al porto, fu scelta una zona confinante con un quartiere, il Tamburi. A quindici passi dal cimitero, di San Brunone. «Nessuno si pose il problema: farà male?», dice Ignazio che nella borsa ha panini al tonno per gli operai che stanno discutendo in fabbrica del loro futuro, mentre l’amministratore delegato Lucia Morselli esce ed entra dalla fabbrica. «Quando sono entrato qui dentro si respirava ancora l’aria dell’Italsider. Rilassata. Quando arrivarono i Riva cambiò tutto». Cosa? «Non potevamo allontanarci nemmeno per pisciare. Ci portavano a timbrare in pullman con le tute addosso, per non perdere tempo. Straordinari su straordinari. Non si poteva dire di no. La fabbrica era un vulcano che non smetteva mai di funzionare. E noi non avevamo il coraggio di ribellarci come avremmo dovuto: Ilva era un privilegio. Prima di entrare qui guadagnavo 500 mila lire al mese. Dopo, un milione e 800. Ma i soldi non sono tutto. Per questo cominciai a studiare. A parlare». Ignazio vedeva amici e parenti ammalarsi. E morire. Più di altrove. E non ebbe paura. Ci volle coraggio: i Riva avevano individuato una zona della fabbrica, la palazzina Laf, dove confinavano i dipendenti scomodi. Chi protestava, chi parlava finiva lì, a fare nulla. Se non a impazzire. «Non ci si fermava mai. Si rompeva un pistone, si sostituiva in un baleno. I capiturno erano come generali, forti anche delle coperture legali che la fabbrica li assicurava». Significa che pagavano gli avvocati per le decine e decine di processi che ci sono stati per i morti di Ilva. Lo sa Francesca Caliolo. Suo marito Antonino Mingolla lavorava per una ditta dell’indotto. Il 18 aprile del 2006 fu investito da una nube tossica mentre sostituiva una valvola. Non ebbe scampo. Dieci anni dopo sono stati tutti condannati, ma a Francesca resta un’altra immagine nella testa: «Un giorno fui affrontata da un dirigente dell’Ilva. Mi disse: va bene, fai tanto casino, ma alla fine tuo marito non c’è più. Ma noi siamo sempre qui. Voleva dirmi che nulla può cambiare, a Taranto. In questi anni più volte ho pensato avesse ragione». In realtà tutto sembrava essere cambiato. I Riva, gli intoccabili che compravano politici e giornali, e dunque consenso, crollarono. Ad abbatterli furono due casalinghe che, stufe di raccogliere polvere sui balconi di casa, mandarono una busta in procura. Per chiedere: perché? Una delle prime inchiesta su Ilva nacque così. E poi un gregge di pecore, abbattuto perché pascolava troppo vicino al siderurgico. Erano contaminate. E analizzando il loro formaggio, per la prima volta, fu possibile provare scientificamente che la diossina che le aveva intossicate era quella dell’Ilva. Dopo arrivò uno studio, sul tavolo dei magistrati: a Taranto + 37 % di linfomi rispetto al resto della Puglia, + 28 di tumori al fegato, +145 di mesoteliomi. I Riva furono arrestati. In fabbrica tornò lo Stato, con i commissari. In città arrivarono i grillini: uno su due votò per Alessandro di Battista che, qui sotto, venne a urlare: «Cacceremo via il mostro». «E invece il mostro è ancora qui» dice Ignazio d’Andria, del mini Bar, il punto di ritrovo dei Tamburi. Avanti c’è la chiesa dove prima si celebravano i matrimoni e ora invece i funerali degli operai dell’Ilva. «Sai cosa manca? La speranza» dice mentre mostra la maglietta che Nadia Toffa, la Iena, aveva creato e venduto: «Je Iesche pacce pe te!» c’è scritto, Io esco pazzo per te, che è più di una dichiarazione d’amore, visto che questa maglietta ha fatto più dello Stato. I ricavati della vendita hanno dato il contributo decisivo per aprire il reparto di Onco-ematologia pediatrica di Taranto. Per capire di cosa stiamo parlando: nella chiesa del Tamburi c’è il dipinto di un Cristo davanti alle ciminiere. Le scuole chiudono nei giorni di vento, troppo pericoloso uscire di casa. E dunque anche giocare. «I bambini – racconta Francesca, maestra elementare – colorano di nero le nuvole». Mentre le cappelle del cimitero di San Brunone, a quindici passi dal siderurgico, sono rosa: per non far sembrare i morti, almeno loro, sporchi di minerali. Per anni hanno detto: diritto al lavoro o diritto alla salute. «È meglio vivere, in qualunque modo possibile, che cibarsi della propria morte» ha scritto ieri il figlio di un operaio Ilva. Siamo al cannibalismo culturale «perché la politica ha abdicato al suo ruolo: affrontare la complessità», spiega Fabio Boccuni, operaio anche lui. Sul quartiere oggi fa ombra un’enorme struttura metallica, imponente come la Torre Eiffel: è la copertura dei parchi minerali, quella che dovrebbe evitare la dispersione delle polveri inquinanti. E dunque consentire ai bambini di uscire di casa anche nei giorni di vento. È la grande opera che doveva far cominciare l’era Arcelor, quella che sembra già finita. «La copertura l’hanno realizzata con i soldi che lo Stato hanno preso ai Riva. Ora dicono che vanno via, ma forse lo dicono per restare e risparmiare. Forse tornerà lo Stato. Forse finiremo in cassa integrazione. Ma noi stanchi e scoraggiati. Quando ci fu l’annuncio dell’arrivo Arcelor qui fuori arrivarono in decine e decine con i curriculum in mano. Era tornata la speranza del lavoro. E invece gli indiani non hanno tirato fuori una lira: guarda la tuta. Ho ancora scritto Ilva. Non ci hanno comprato nemmeno quelle nuove», sostiene Ignazio.