Sebbene Di Maio assicuri che sarà anche un’occasione per discutere – e ne avrebbero, dopo il passaggio dall’alleanza giallo-verde a quella con il Pd -, la due giorni di Italia 5 stelle che si apre oggi a Napoli, per festeggiare il decennale del Movimento, e sarà conclusa domani da Grillo, si annuncia soprattutto come una sorta di autocelebrazione, a cui l’assenza dei dissidenti, a cominciare da Di Battista, dalle ex-ministre Grillo e Lezzi e da Paragone e Fattori, finirà col dare manforte. D’altra parte si sa: le convention pentastellate sono quanto di più lontano dalle classiche assemblee o congressi di partito, in cui solitamente si confrontano tesi diverse e alla fine si formano le maggioranze e si decide. Qui invece la decisione ad agosto è stata presa da Grillo, a dispetto perfino dello stesso Di Maio, che nei giorni della crisi si barcamenava, arrivando a protestare con il fondatore (“Così mi ammazzi!”). A ratificare la svolta giunse alla fine la votazione degli iscritti sulla piattaforma Rousseau. Ma la novità stavolta è che il mugugno, anche dopo la conclusione della procedura, è continuato rumorosamente, non solo da parte di chi nel cambio di governo aveva perso il posto o non lo aveva avuto malgrado le promesse, ma anche di chi sta lavorando a un’altra scissione, che addirittura dovrebbe dar vita a un nuovo gruppo parlamentare collocato a cavallo tra il “sì” e il “no” al governo, e quindi in grado di indebolire il sostegno parlamentare a Conte. Il quale Conte – insieme a Di Maio, che ormai non nasconde una certa insofferenza verso il premier, o verso i suoi più recenti atteggiamenti da capo del governo e non più solo da tecnico prestato alla politica – sarà il protagonista della prima giornata di lavori dell’iniziativa grillina, e forse il protagonista involontario di un applausometro popolare che fin qui lo ha visto circondato dal favore della folla. Silenziosa, o comunque puramente formale, si prevede anche la partecipazione del presidente della Camera Fico: da tempo percepito come possibile alternativa a Di Maio, se non dovesse arrestarsi il logoramento d’immagine del leader pentastellato seguito alla sconfitta elettorale alle Europee. Ma forse proprio per questo prudente, prudentissimo.