Dopo tutto aveva ragione il luogotenente R.E. Brown della Polizia dell’Arkansas, quando alle due di notte del 7 dicembre 1955 fermò sulla strada di Dermott quell’uomo «con accento straniero, malvestito, mal rasato e bisognoso di una doccia », alla guida di una Ford usata piena di libri «in lingue straniere», che gli parve «la spia di una potenza nemica, probabilmente un comunista », e per non sbagliare lo sbatté in gattabuia per due giorni. Aveva visto giusto, perché di lì a tre anni Robert Frank assestò agli Usa un colpo mortale da cui l’American Dream non si riprese più. Frank invece è vissuto libero fino a lunedì scorso, quando a 94 anni ha lasciato il mondo orfano di uno dei più grandi fotografi del Novecento. Ma in fondo, di sfidare tutto da solo l’America the Beautiful, lui, mite svizzero un po’ misantropo e senza patria, non aveva alcuna intenzione. Anzi, nella domanda per una borsa di studio Guggenheim, che ottenne, aveva promesso educatamente di produrre «un documento semplice e senza confusione sullo stato della popolazione americana». Era solo un giovane artista di Zurigo che dopo aver girato in moto Parigi senza trovare lavoro aveva detto addio all’Europa. Ma due guru della fotografia americana credettero in lui: Alexey Brodovitch, potentissimo direttore di Harper’s Bazaar, e Walker Evans, mito della fotografia sociale degli anni Trenta, photoeditor di Fortune.
Ma quando tornò da quel suo viaggio di tre anni e 27 mila scatti sulle strade di 48 States, tutti quelli a cui mostrò le sue foto, da Life al New York Times, se ne ritrassero orripilati, sdegnati, furiosi. Quel reportage fatto di scene di strada stralunate, dettagli insulsi, paesaggi senza valore, ritratti grotteschi era, dissero, «un deliberato attacco all’America». Il libro, Les américains, glielo pubblicò allora a Parigi, nel 1958, un grande annusatore d’aria fotografica, Robert Delpire. E si capì subito che un’epoca della fotografia del Novecento era finita. Chiusa, ammazzata. L’epoca della fotografia sicura di sé, del fotogiornalismo di «quelle maledette storie con un inizio e una fine », l’era dell’istante rivelatore di Cartier-Bresson, che Frank aveva amato e ripudiato. «L’aria è infetta dal puzzo di fotografia», disse impietoso di quella cultura. Antisettica varechina visuale, le sue fotografie (come quelle di William Klein, l’altro dioscuro di quella insurrezione micidiale) rinunciarono a dimostrare, forse perfino a mostrare qualcosa. Granulose, imprecise, mal composte, spesso scattate senza guardare nel mirino; prima ancora che ironiche e feroci apparvero insensate a un pubblico abituato alla pienezza umanista della mostra epocale The Family of Man, che aveva trionfato solo tre anni prima. Con le 83 immagini di quel libro Frank demolì in un colpo solo l’autostima della fotografia e quella dell’America. In realtà, vista dal retrobottega della sua provincia e dal retroscena delle sue metropoli, l’America non era così insulsa: piuttosto nevrotica, farsesca nei suoi riti e ipocrita nei suoi miti. Di quello stato della democrazia americana Frank, occhio forestiero, fu il nuovo e disilluso Tocqueville. Poi accadde che il libro, appena un anno dopo, trovò un editore americano, col titolo The Americans. Perché l’America intanto stava cambiando, diventava come Frank l’aveva raccontata. «Dopo che hai visto queste immagini finisci per non sapere se sia più triste un juke-box o una bara», scrisse entusiasta nella prefazione Jack Kerouac, che Frank manco conosceva. Diventarono amici dopo, e lo “svizzero discreto e carino” assurse a fotografo della Beat Generation. Come Klein, Frank si dedicò poi al cinema ( Pull my Daisy è un cult degli anni Sessanta), di fatto rimanendo come fotografo, nonostante ne abbia fatti altri, l’uomo di un solo libro. L’ironia è che oggi quell’immagine di un’America di pompe di benzina desolate, bandiere patriottiche, drugstore miserabili, televisori accesi nei motel, poliziotti grotteschi (be’, un po’ Frank si vendicò del luogotenente Brown…) ci sembra quasi classica, comunque corrispondente all’idea che abbiamo del mito americano. Ripudiato come anti-americano dai nonni dei forgotten men che votano Trump, Frank in realtà fu americano, troppo americano.