A lle 17 e 30 di ieri pomeriggio “fonti” di Palazzo Chigi fanno sapere che c’è una forte irritazione “per una comunicazione che mistifica la realtà” in merito alla questione dell’Iva. La cosa viene notata con soddisfazione da Nicola Zingaretti e da Dario Franceschini. D’altra parte, il capo delegazione del Pd è furibondo perché escono i contenuti riservati dei vertici: “Si fanno delle proposte di partenza, si esaminano delle ipotesi, che vengono diffuse s t r um e n t a lm e n t e ”, è quello che va dicendo. Palazzo Chigi fa filtrare: “Non è mai stata presa in considerazione l’ipotesi dell’au – mento dell’Iva. L’unica ipotesi, poi scartata era un aumento di 1,5 punti per l’uso del contante con una corrispondente diminuzione di 3 punti se si usava la carta di credito”. È IL SEGNO di quello che nel Pd leggono come un gioco di sponda tra Giuseppe Conte e lo stesso Franceschini. Necessario evidentemente, mentre l’accusa di “gua – s t a t o r i” viene portata a Luigi Di Maio e Matteo Renzi. “Renzi dice che il suo obiettivo è Salvini, ma non fa altro che attaccare il Pd”, è il commento più gettonato tra i Dem. Zingaretti chiede “per favor e”, “meno polemiche più fatti, più fiducia”. Il Pd si trova in oggettiva difficoltà. Prima di tutto come conseguenza di una battaglia persa. Franceschini ha sì ottenuto una stanza a Palazzo Chigi, dove riunisce anche la delegazione del Pd, ma il partito non ha alcun ruolo formale alla Presidenza del Consiglio. Né un vicepremier, né un sottosegretario. Andrea Martella, sottosegretario all’E d i t oria, ha ottenuto la delega all’At – tuazione del programma nell’ul – timo Cdm. Potrebbe essere un’occasione per giocare un ruolo tra premier, Parlamento e governo. Ma è tutto da vedere. Poi, ci sono i malumori dentro al partito per quelli che sono considerati i cedimenti a M5s. Ieri la Commissione Affari costituzionali ha votato la riforma che taglia i parlamentari. Martedì toccherà all ’aula. Nel frattempo, i “c o ntrappesi” in termini di legge elettorale e di Regolamenti parlamentari, non ci sono. Pd e Leu hanno chiesto un vertice prima del voto finale. Difficile comunque che possano dettare condizioni chiare. “Si tratta di una riforma difettosa. Il Pd voterà a favore, personalmente a malincuore”, ha detto Andrea Marcucci, capogruppo in Senato, saldamente lottiano (e quindi per ora in minoranza). E il Def appare a molti, anche in maggioranza, come un ’operazione di piccolo cabotaggio. Zingaretti si trova in una sorta di cono d’ombra, soprattutto mediatico. Con un’incognita: le Regionali. Se dovessero andare male l’Umbria e l’Emilia Romagna e poi magari a seguire pure la Calabria, la sua leadership ne uscirebbe indebolita. Con Renzi che guadagnerebbe terreno e il governo che si troverebbe con una delle sue due gambe fondamentali traballante. NON A CASO sono settimane che al Nazareno si pensa a un congresso straordinario. Già da prima della scissione. A favore, Franceschini e Gentiloni. Contrari, Goffredo Bettini, Andrea Orlando, Massimiliano Smeriglio. “Do bb ia mo cambiare radicalmente il Pd. Io non voglio conservare nulla, ma trasformare la ragione sociale di quel partito. Farlo diventare attrattivo per attivisti sociali, innovatori, ecologisti, giovani e femministe. Innovare, cambiare, superare il patto di sindacato tra correnti che rischia di tenerlo fermo, mentre Renzi proverà a correre e a prendersi tutto il campo”, spiega quest’ultimo. L’ipotesi è quella di una sorta di “congresso sulle idee”. Cioè, senza mettere in discussione la leadership e senza i gazebo. Sembra una contraddizione in termini. Ma il segretario aspetta il voto in Emilia: “Sarà quello il nostro congresso”. Per questo incrocio di tensioni, c’è chi ipotizza una rapida fine del Conte 2, dopo le Regionali.