Buongiorno a tutti. A crisi di governo aperta, scende in campo Beppe Grillo che si schiera contro le elezioni e preme su Di Maio: «Patto contro i barbari». Salvini si dice disposto a lasciare il Viminale «a condizione che si vada subito al voto». Ma si rafforza il fronte per un governo di garanzia. Intervistona di Maria Teresa Meli a Renzi sul Corriere. “Folle votare subito, serve un governo istituzionale, quindi il taglio dei parlamentari e poi il referendum. La priorità è evitare l’aumento dell’Iva. Il Pd? C’è chi vuole le urne per eliminare i renziani. Dei dem non parlo, nelle ultime settimane sono stato attaccato più volte. Se la prendono con il Matteo sbagliato”. Oltre alla crisi in prima anche la fine del miliardario Epstein trovato impiccato in carcere. Buona lettura.

Scende in capo Grillo. Grillo ai Cinquestelle: “Niente voto. Fermiamo i barbari”. Il fondatore torna in campo e non dice no a un esecutivo di salvezza nazionale. Di Maio chiede la riforma sul numero di deputati e senatori. Casaleggio invita a non avere paura né di elezioni né di un nuovo governo (Repubblica p.2). Affondo di Grillo contro le elezioni. E dà il via libera al terzo mandato. Il leader e la linea a Di Maio, sì a nuove alleanze. Fico a Salvini: solo i presidenti convocano le Camere (Corriere p.2). Svolta di Grillo: sì al fronte anti-Salvini. E apre alla deroga sul terzo mandato. Contatti Fico-Franceschini. I parlamentari in chat si rivoltano contro Di Maio a favore del patto con il Pd. Obiettivo dichiarato del fondatore: salvare l’Italia dai “nuovi barbari” (Stampa p.2). Il ritorno in campo del fondatore: «Proteggo i miei oppure è finita». Perché il padre nobile si è ripreso per un giorno un ruolo politico (Corriere p.2). Pierpaolo Sileri senatore Cinquestelle: “Non si può lasciare il Paese in balìa delle elezioni con la legge di bilancio da fare. Di politico irresponsabile, in Italia, ce n’è già uno ed è sufficiente. Sarà necessario darci delle regole che aiutino la convivenza in Parlamento” (Stampa p.3). Grillo dà carta bianca a Di Maio: “Altro che voto…” Il garante del M5S: “Salviamo il Paese dai barbari, i cambiamenti che servono facciamoli adesso (Fatto p.3).

Renzi 1. Maria Teresa Meli intervista Matteo Renzi: “Folle votare subito. Governo istituzionale, taglio dei parlamentari e poi il referendum”. L’ex premier: “la priorità è evitare l’aumento dell’Iva. Il Pd? C’è chi vuole le urne per cambiare i renziani. Nell’ultima settimana sono stato attaccato da membri della segreteria dem, se la prendono con il Matteo sbagliato. La mano va data al Paese più che alla Ditta” (Corriere p.5). More

Renzi 2. L’apertura di Renzi. “Sì al governo istituzionale. Fermiamo la deriva Papeete e evitiamo l’aumento Iva, possibile la riduzione dei parlamentari”. Ma Zingaretti conferma la richiesta di urne subito: “Abbiamo appena votato contro il dialogo con il M5S” (Repubblica p.3). Mezzo Pd convinto dal governo coi grillini. Renzi pronto a fare la sua proposta. Ma nelle Feste dell’Unità il popolo dem appare contrario all’ipotesi di accordo (Stampa p.2). “Bivio storico Conta il bene del Paese. Se vince Salvini l’Italia sarà fuori dall’Ue”. Parla Stefano Ceccanti deputato vicino all’ex premier. “Governo anche con 5S solo per la Finanziaria. Il nuovo Parlamento eleggerà il presidente della Repubblica nel 2022 e rischiamo un antieuropeista. Zingaretti ha un’idea diversa? Sì, al momento è a favore di elezioni presto, ma ci confronteremo” (Stampa p.3). Massimo Cacciari: “Solo ora Renzi apre all’intesa con i 5 Stelle? Un po’tardi. Ora il rischio è un’Italia fascista. Di Maio però deve farsi da parte, in quel partito l’unica alternativa è Conte” (Fatto p.2). Lombardi, Cinquestelle: “Esecutivo del presidente? Anche con il Pd”. Dopo Salvini possiamo dialogare anche con Belzebù. Il capo politico ha fallito, ora una leadership corale (Repubblica p.4).

Pd. Da «Ebetino di Firenze» a «mai con i grillini» si erano tanto odiati (Messaggero p.4). La guerra giallo-verde si sposta sui social tra meme, fotomontaggi e tormentoni (Messaggero p.6).

Scenari. Taglio dei deputati primo banco di prova. Fico accelera, ma i dem: non lo voteremo (Messaggero p.2). Patto per la legge elettorale ma il Colle resta alla finestra (Messaggero p.3).

Al voto al voto. Prove di inciucio. Renzi resuscita e apre a un governo tutti dentro meno la Lega. Grillo si sveglia e a sorpresa ci sta: «No al voto, via i barbari». Salvini ora deve dire se vuole il centrodestra. I primi dubbi di Matteo: teme governi di transizione. Salvini colpito dalla valanga di critiche ricevute sulle dirette Facebook. Domani potrebbe vedere Di Maio (Giornale p.2). Non è vero che il Pd vuole votare. Occhio ai pasticcioni. A sinistra abbondano quelli che dicono una cosa ma pensano di farne un’altra: sostenere un governo grillino e prolungare l’agonia del Parlamento. Conte si incatena alla poltrona (Libero p.3). L’inaudita alleanza in nome dell’euro e dei conti. Renzi-Grillo: inciucio in due mosse. Scordatevi anni di insulti, il Bullo lavora a un Conte bis con i 5 stelle. Primo passo: anticipare la mozione di sfiducia a Salvini per togliergli il Viminale. Secondo: Di Maio raccoglie firme per votare il taglio dei parlamentari e blindare tutto. Poi, palla al Colle. Il comico rompe il silenzio e cala le braghe: «Dobbiamo sopravvivere, altro che elezioni. Contro la Lega sono pronti a tutto (Verità p.3). Salvini sente puzza di palude: voto subito. Il leader del Carroccio concede: «Non importa se al Viminale ci sarà qualcun altro» (Qn p.2).

Non si voti. Lodo Grasso al Senato: Lega sola sulla sfiducia. La mossa di Leu. La domanda che si fa l’ex magistrato: ”Perché fare i carnefici di Conte?”. Domani si decide la data per il dibattito sul governo: 13 o 20 agosto? L’ex presidente del Senato propone alle opposizioni di disertare l’aula (Fatto p.2). Da Renzi a Grillo spunta il partito per evitare le urne (Messaggero p.2). Pd, M5S e Forza Italia: le mosse antiurne. Spunta il lodo Grasso. L’ipotesi: non votare la mozione di sfiducia a Conte (Corriere p.3). Mozioni, tempi, agguati. Il partito del rinvio detta l’iter della crisi. I tifosi dell’inciucio spingono per l’ipotesi di sfiduciare prima Salvini. Il piano Grasso (Giornale p.8).

Pd 4. Zingaretti dice no a «inciuci». La linea: non perdere tempo. Il segretario punta a elezioni rapide, il partito è diviso. Domani riunione dei senatori. La vice De Micheli: per fare una Finanziaria di questo tipo ci vuole un mandato popolare. Il sindaco di Firenze Nardella: un voto ravvicinato può essere un problema serio (Corriere p.6). E intanto il pd. Un governo istituzionale, da Forza Italia alla sinistra passando per 5S. Lo propone Renzi, ma il segretario Pd Zingaretti vuole il voto subito. Grillo già apre al dialogo. Salvini grida all’«inciucio» e si prepara a una campagna elettorale, anche lunghissima, lui contro tutti (Manifesto).

Salvini. “Un governo tra Renzi e 5S è roba da disperati Mattarella li fermi. Non ho paura delle inchieste sulla Lega. So come tirare fuori il Paese dai rischi sull’economia, ma bisogna andare a votare subito” (Repubblica p.6). Salvini pronto a lasciare il Viminale. “Mi fido ciecamente di Mattarella”. Il vicepremier in tour: “Sento Grillo e inorridisco”. In serata dura contestazione in Calabria (Stampa p.4). Salvini: cercano l’accrocchio, io del Colle mi fido ciecamente. Contestato in Calabria, ci sono anche bandiere M5S. Danneggiato l’impianto audio (Corriere p.8).

Giorgetti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio: “Non rinnego il governo, ha fatto cose ottime. Sarà rottura traumatica”. Dice Giancarlo Giorgetti: “Non è vero che volevo le elezioni, ho cercato di tenere in piedi la baracca. Politicamente parlando un possibile governo di Pd e Cinque Stelle è pura fantascienza. Perché non ero con Salvini al Papeete? A me piace la montagna. Da qui vedo le cose dall’alto” (Stampa p.4).More

 

Inchieste. Da Savoini a Siri quelle inchieste che spaventano la Lega. Indagini aperte anche su esponenti di Pd, Fdi, Fi e 5 Stelle: nel caso del partito di Salvini sono più vicine alla conclusione (Repubblica p.13). More

Si euro. L’europarlamentare della Lega Francesca Donato: “Il limite del deficit di bilancio non può essere invalicabile. Uscire dall’euro? Non da soli, ma le regole devono cambiare. Anni fa l’Eurexit era un’ipotesi sul tavolo in vari Paesi. Adesso non più: è la democrazia” (Stampa p.7).

La Bestia e Rousseau. Bestia leghista contro Rousseau, la sfida della propaganda social. L’improvvisa impennata in chiave anti Lega delle pagine non ufficiali vicine al Movimento. Per la prima volta dopo mesi Salvini perde follower, quasi 5mila. Quelli guadagnati da Di Maio. Gli esperti: “È come se qualcuno avesse azionato profili falsi per moltiplicare il messaggio, ma la struttura di Salvini per ora non sbanda” (Repubblica p.7). More

La catena di montaggio da 1.500 selfie al giorno. Proteste durante il Beach tour. A Policoro il lancio di acqua sul ministro e a Soverato i contestatori mettono ko l’impianto audio (Repubblica p.7). More

Forza Italia Toti e FdI. I due tavoli di FI: con la Lega e contro (Messaggero p.3). More

Il diktat di Forza Italia: «Alleanza con la Lega? Ma prima delle urne». Il partito pronto a far valere il proprio ruolo nella stesura dell’agenda dei lavori in Senato (Giornale p.6). Toti: adesso un’alleanza con Matteo. Il vecchio asse con FI? Non lo vedo più. «Bisogna presentarsi con un centrodestra nuovo e inclusivo» (Corriere p.8). More Alt di Meloni agli inciuci: «Asse vincente con la Lega». La leader di Fd’I scarica Berlusconi: vedute diverse (Qn p.3).

Conte Italia. Conte prepara il j’accuse a Salvini. L’operazione verità del premier alle Camere. Il Commissario europeo potrebbe non essere del Carroccio (Corriere p.10). More

Il discorso che farà Conte: “È Salvini l’uomo dei No”. Il presidente ribadirà tutti i “sì” del governo cui il capo leghista si è opposto per mesi (Fatto p.4). More

Conte Mondo. Merkel, Macron, il G7. Ecco la tela di Conte per rassicurare l’Europa. In previsione colloqui telefonici con i leader di Francia e Germania prima del summit del 24. Per il commissario riprende quota l’ipotesi di un tecnico, con i nomi dei ministri Moavero e Tria. Le cancellerie europee guardano con preoccupazione a quanto sta succedendo. Il premier intende allargare la rete di contatti anche ai Paesi del gruppo Visegrad (Stampa p.5). More

Sondaggi. Sondaggisti divisi. Il dato più alto è di Noto, Risso (Swg) è il più pessimista: “Il premier vale l’11% ” , “No, appena il 4”. Per Valbruzzi (Istituto Cattaneo) se il presidente guidasse il M5S porterebbe dal 3 al 5% in più (Fatto p.4). More

I Conti. Manovra 2020, perché fa paura. Serviranno almeno 30 miliardi e se ci saranno le elezioni in autunno i numeri del bilancio balleranno (con i mercati) (Corriere p.11). Sul futuro governo il macigno dell’Iva. Le clausole costano 687 euro a famiglia. Così il calcolo di Confesercenti, mentre il Codacons alza il totale a 1200 euro includendo i costi indiretti. 26,5% il livello a cui salirebbe l’aliquota massima dell’Iva se scattassero le clausole. I consumi calerebbero di 8 miliardi aggiungendosi ai 32 già perduti in 10 anni (Stampa p.6). Le quattro ipotesi per risolvere il rebus degli aumenti dell’Iva. Le ricette sul tavolo: dal disinnesco parziale alla sterilizzazione immediata e completa. Tra le soluzioni c’è anche uno slittamento di qualche mese dello scatto delle aliquote (Messaggero p.9). Quanto ci costa la crisi. Debito su di 4 miliardi ogni 100 punti di spread. In due anni rincaro Iva di 1200 euro per famiglia. Colpiti anche il risparmio gestito e i fondi pensione a causa del calo dei prezzi dei Btp . I bilanci delle banche particolarmente esposti per via dei 400 miliardi di titoli pubblici posseduti (Repubblica p.10). More

L’Iva. E il piano di Tria per fermare l’Iva adesso è a rischio. All’Economia pronta da due settimane la lista di spese che si possono ridurre e di detrazioni fiscali da tagliare. Ma non si sa quale maggioranza sceglierà (Repubblica p.11). More

Manovra da 27 miliardi canale aperto con l’Ue e la Lega abbassa i toni. Per mettere in sicurezza il bilancio servirà un intervento da 1,5 punti di Pil. Al Mef dossier in stand-by, si guarda a Bruxelles per avere spazi sul deficit. Dopo l’avvertimento di Fitch, il leader del Carroccio prova a rassicurare: nessuna intenzione di uscire dall’euro (Messaggero p.8).

Incompiute. Dai decreti “senza intesa” incognita per l’Ilva Scuola, torna l’incertezza per 53 mila precari. Una coda di norme approvate solo formalmente dal governo ma mai mandate in gazzetta ufficiale: non hanno validità. Solo se si riuscirà a trovare un accordo le camere potranno esaminarli e convertirli anche in regime di prorogatio (Messaggero p.8). Niente più aiuti ai lavoratori delle aree in crisi e stop a 18 miliardi di privatizzazioni. Ilva, rider, giustizia e assunzioni nella scuola. Tutti i decreti e le riforme rimasti a metà (Stampa p.6).

I Vescovi. Il presidente dei vescovi europei: “La crisi preoccupa. Basta simboli religiosi in politica” Parla il Cardinal Bagnasco: “Ogni forma di chiusura, personale o collettiva nega il vero bene. Il Santo Padre afferma che il popolo è sovrano, quel suffisso “-ismi” non fa mai bene. Una buona politica migratoria segue tre criteri: ricevere, accompagnare ed integrare. I cattolici trovano in queste parole un chiaro orientamento. Dopo la tragedia del Morandi, sono convinto che Genova sarà guardata e sostenuta da tutti come un bene per l’Italia. Siamo sotto gli occhi del mondo (Repubblica p.8).More

Richard Gere e i migranti. I 330 bloccati sulle due navi Ong. E Gere attacca: “Politici stupidi”. Open Arms e Ocean Viking salvano altri 124 migranti e attendono un porto sicuro ma tutti i paesi dell’Ue tacciono. L’attore: “Ho interrotto la vacanza per dare una mano”. Salvini: “Li porti a Hollywood in aereo e li ospiti a casa sua” (Repubblica p.22). Dai barchini alle navi madre. Così si riorganizza il traffico di uomini. Dei 4mila sbarcati quest’anno, quasi 3.500 sono arrivati direttamente in Italia (Repubblica p.22). Italia e Malta mantengono il divieto di sbarco (Stampa p.13). «Porta i migranti a Hollywood». E Gere replica: «Più umanità» (Corriere p.14).

Razzismo. La mamma di Pietro: “Temo per i miei figli costretti a vivere in un Paese incattivito” (Repubblica p.27).

Editoriali e commenti.

Gli editotialiTravaglio

L’amico del cazzaro

Vuoi vedere che il Cazzaro Verde, da tutti dipinto come un genio della politica, l’ha pestata grossa? Tre giorni dopo la genialata di buttar giù il governo in pieno agosto senza dimettersi da vicepremier e da ministro nè far dimettere i suoi, appare già un tantino incartato. Da buon orecchiante improvvisatore, ha scoperto dalle ultime ripetizioni estive di Conte che l’Italia è una Repubblica parlamentare, le cui regole e procedure non consentono le elezioni prima di fine ottobre (se va bene). Dunque il suo eventuale governo monocolore (“corro da solo”, anzi “vediamo”) con “pieni poteri” non potrebbe nascere prima di fine novembre-inizio dicembre. Non avrebbe il tempo di varare e far approvare la legge di Bilancio. E partirebbe con una figuraccia mai vista, da Guinness dei primati: l’esercizio provvisorio col contorno di spread, speculazioni, infrazioni Ue ecc. In più il barometro dei social, che a noi fa un baffo ma per lui è legge, segnala fulmini e tempeste: insulti, critiche, pentimenti e sberleffi per il suo tradimento incoerente e incomprensibile. Più tempo passa, più la sua fuga per la vittoria potrebbe incontrare intoppi. I trionfi, nella politica italiana, arrivano inattesi: quando sono troppo annunciati, si rivelano spesso cocenti delusioni. Ne sanno qualcosa Renzi e i 5Stelle, dati l’uno per sconfitto e gli altri come stravincitori alle Europee del 2014, salvo poi aprire le urne e trovarsi a parti invertite. Che il fattore-tempo sia cruciale per le prossime elezioni, lo capiscono tutti. Lo capisce Salvini, che già dà segni di nervosismo perchè non si vota domani. Lo capisce Di Maio, che chiede il taglio dei parlamentari prima delle urne. Lo capisce Grillo, che chiede altri “cambiamenti” prima del voto, per rubare il tempo a Salvini. Lo capisce Grasso, che propone a centrosinistra e M5S di uscire dall’aula quando la Lega voterà contro Conte, così mancheranno i numeri perché il governo sia sfiduciato e Mattarella potrà lasciarlo al suo posto per fare poche cose (taglio dei parlamentari, legge elettorale e legge di Bilancio) prima delle urne a primavera e spostare le lancette dell’orologio salviniano. Lo capisce persino Renzi che, pur animato da interessi di bottega, lancia segnali per il governo M5S-Pd che impallinò nel 2018. L’unico che non lo capisce è Zingaretti, che ieri ha letto Repubblica (“Votare subito. Ma c’è chi dice no”), poi ha dichiarato: “Votare il taglio dei parlamentari è un trucchetto per non andare al voto”. Esattamente quel che dice Salvini. Il quale, come del resto B. per vent’anni, non ha nulla da temere: se ha un problema, glielo risolve il Pd.

Prodi

La fragilità italiana, un manuale di difesa

Romano Prodi sul Messaggero

Q uando si è di fronte ad una svolta politica come quella avvenuta in Italia corre l’obbligo di riflettere anche sul contesto economico nel quale questa svolta viene messa in atto e sulle conseguenze che verranno a prodursi nel campo dell’economia. Partendo dal contesto mondiale è infatti certo che siamo in fase di rallentamento, anche se non si può certo parlare di crisi globale. Negli Stati Uniti si è passati dal 3,1% di crescita del Pil nel primo trimestre dell’anno in corso al 2,1% del secondo trimestre. Nulla di drammatico ma un segnale di malessere dovuto alle troppo prolungate incertezze della politica commerciale. Le stesse incertezze rallentano la crescita cinese che dovrebbe superare di poco il 6%. Pur essendo ancora rilevante è al minimo della sua storia recente. La Cina, inoltre, ha lanciato il rischioso messaggio di considerare la svalutazione del cambio come strumento di reazione di fronte al possibile aumento dei dazi americani. Assai più preoccupante è la congiuntura in Europa, dove la Germania vede crollare il suo export e calare vistosamente la sua produzione industriale, così come sta accadendo in Gran Bretagna dove l’economia è entrata in segno negativo, il che non è mai accaduto dal 2012.

Arrivando all’Italia la situazione è stabilmente la peggiore tra tutti i grandi paesi europei. Alla recessione, che dura ormai da un anno e che ci ha relegati ad essere gli ultimi della classe, la recente rottura politica ha aggiunto l’aumento del famigerato spread che aggrava il nostro bilancio pubblico di oltre un miliardo all’anno di interessi passivi e devasta le quotazioni delle nostre banche. Se lo spread non è per ora arrivato ai livelli del 2011 lo si deve all’ancora breve durata della crisi e alla politica degli stimoli monetari annunciati nello scorso giugno dalla Banca Centrale Europea. La Bce, da parte sua, non può fare più di tanto, dato che oltre il 60% dei titoli pubblici dell’Eurozona ha già un tasso di interesse negativo. I tassi di interesse italiani sono perciò un’eccezione di enorme portata, che diverrebbe insopportabile se ci distaccassimo ancora di più dalla politica europea. Il nostro governo, che nell’ultimo anno ci ha portato ai margini dell’Unione Europea, ci ha già provocato danni rilevanti non solo in termini di crescita e di occupazione ma ha ridotto ai minimi storici la nostra partecipazione alle decisioni europee che tanto influiscono sul futuro del nostro paese. Le pur ripetute e insopportabili liti fra i due partiti di governo si sono trasformate in una vera crisi solo quando i 5Stelle hanno abbandonato il loro precedente sovranismo e hanno votato in favore di Ursula von der Leyen alla Presidenza della Commissione Europea. Che questa così importante decisione avrebbe innescato una crisi era una facile previsione su cui ci siamo soffermati su queste stesse pagine, anche se i tempi di messa in atto sono stati più rapidi delle nostre stesse previsioni. La Lega ha di conseguenza deciso di aprire una campagna elettorale rimettendo in primo piano il suo vecchio tema di una politica economica antieuropea e rispolverando gli slogan contro l’Euro che erano stati messi da parte negli ultimi mesi di fronte al fallimento di tutte le politiche portate avanti in questa direzione da altri Paesi. I casi del Portogallo e della Grecia hanno infatti dimostrato che una politica di estraniazione dall’Ue porta solo svantaggi e che il perseguimento di questi obiettivi, conclusa l’euforia della campagna elettorale, provoca il disastro ed impone perciò radicali mutamenti, come è avvenuto in entrambi i Paesi. Non è detto che una piattaforma anti europea possa avere lo stesso seguito di opinione pubblica che ha avuto la campagna anti immigrati, anche perché le più accreditate analisi mostrano che il giudizio positivo nei confronti dell’euro sta aumentando e che sempre meno sono gli italiani che ne vorrebbero uscire. È indubitabile che una campagna elettorale fondata su questi temi renderebbe ancora più precaria la nostra situazione economica e più difficile un nostro aggancio ai pur lenti ritmi di cammino delle altre economie europee. Un’Italia che deve ritrovare il livello degli investimenti e la qualità dell’innovazione necessarie per non soccombere difronte a una situazione economica così complessa non può mettere in dubbio la collocazione europea nella quale è destinata ad operare. Proprio le comuni difficoltà ci permetterebbero di acquistare la capacità di influenza che pure avevamo in passato. Solo in tale modo potremmo fare fronte ai comuni problemi che stiamo affrontando. Le difficoltà della Germania e le conseguenze negative della Brexit stanno infatti mutando le convinzioni di fondo e i processi decisionali che hanno fatto commettere tanti errori alla politica europea degli ultimi anni. Quello che non è stato possibile per la mancanza di una leadership illuminata è reso ora percorribile in conseguenza della necessità di superare insieme le comuni difficoltà. Credo che si debba quindi fare ogni sforzo per evitare di aprire una campagna elettorale che, fatalmente, provocherebbe un nostro drammatico isolamento in termini di equilibri finanziari e di livelli di crescita e di occupazione. Tutti gli elementi che abbiamo a disposizione dimostrano che gli italiani, nella loro assoluta maggioranza, condividono il comune destino europeo. Credo perciò che il rafforzamento di questa consapevolezza sia lo strumento più idoneo per superare la presente crisi.

LA SABBIA GETTATA NEGLIOCCHI

De Bortoli sul Corriere

De bortoli

L’ ipotesi di elezioni anticipate non è scontata. Salvini insiste: la parola agli italiani. Forse il leader della Lega, nella bulimica voglia di potere, ha sottovalutato qualche effetto collaterale della sua clamorosa rottura balneare. Se si dovesse andare al voto autunnale — perla prima volta nella storia repubblicana e nel periodo nel quale si discute della legge di Bilancio — è probabile che assisteremmo a una campagna elettorale del tutto particolare. Non che in altre occasioni il confronto tra i partiti sui datireali del Paese abbia prevalso sullo spaccio delle emozioni, lo scambio delle accuse, l’effetto stupefacente delle promesse irrealizzabili. È sempre successo così, accadrebbe anche questa volta. Ma con una piccola differenza. Ci sarebbe un vincitore annunciato. Non una coalizione, almeno peril momento. Una persona sola. Mai accaduto. Già questo aspetto dovrebbe sollevare qualche inquietante interrogativoeportare a un’analisi più realisticaedi buon senso da parte degli altri attori della scena politica. Ma facciamo l’ipotesi che si vada al voto. Gli impegni che Salvini prenderebbe, nelle prossime settimane, «di fronte al popolo italiano» come piacealui (e non restando ministro dell’Interno!) costituirebbero una sorta di «contratto personale»

N on potrebbe più dire, una volta a Palazzo Chigi — sempre che i sondaggi oggi generosi si trasformino in voti reali — di non essere in grado di attuare questa o quella parte del programma per colpa degli alleati. Un po’ come ha fatto abilmente in questi quattordici mesi, facendo sopportare tutti i costi dell’immobilismo del governo Conte ai suoi sciagurati compagni di strada, i Cinque Stelle. Come se quel «contratto del governo del cambiamento»nonavesse anche la sua firma. E nell’ipotesi che l’esecutivo a sua guida, come prima e più urgente incombenza, debba scrivere una legge di Bilancio per il 2020, non potrebbe giustificare incertezzeeripensamenti sostenendo di non conoscere (come hanno fatto tanti governi al debutto) lo stato reale delle finanze pubbliche. Salvini ha condiviso, pur essendo stato molto nelle piazzeenelle spiagge e poco alViminale,tutte le scelte dell’esecutivo Conte. Ne porta la piena responsabilità politica. Immaginiamo poi che la campagna elettorale sia tutta all’insegna della richiesta di un forte mandato popolare per scardinare la «gabbia ingiusta e austera» dell’Unione europea. Ma forse qualcuno gli ricorderà che la testa nei confronti degli «odiosi burocrati di Bruxelles» l’ha già abbassata due volte. In occasione della retromarcia sulla legge di Bilancio del 2019 e nel sottoscrivere gli impegni che hanno scongiurato una procedura d’infrazione per il debito. Lui potrebbe ribattere: sì ma non ero io il capo del governo e la Lega aveva un peso inferiore alla Camera e al Senato. Piccolo particolare: l’Italia si è impegnata, in quella occasione, a contenere il disavanzo strutturale anche nel 2020. E anche in questo caso c’era la sua firma politica. Era comunque in gioco la sua credibilità. E il futuro premier si accorgerebbe sulla suapelle che cosa vuol dire per un Paese indebitato come il nostro venir meno a obbligazioni sottoscritte. È già accaduto altre volte. Non potrebbe prendersela con i «numerini» della Commissione, anche perché il copyright dell’espressione è del suo ex alleato vicepremier Di Maio. Ed essendo un buon padre di famiglia, con la testa sulle spalle, siamo certi non si affiderebbe ai tanti «dottorini Stranamore» che vagheggiano uscite dall’euroemonete parallele. Dunque, nel porre fine a un «governo di separati in casa con divisioni e odii individuali», come ha scritto ieri nel suo editoriale il direttore Luciano Fontana, Salvini ha bruciato alle sue spalle tutti i comodi ponti dell’ambiguità dei ruoli. D’ora in poi non ci sono più alibi. Non ci sono più scuse. Non se la può prendere più con nessuno. Se non con se stesso. In ogni caso, si voti o no, rimangono le illusioni, tante, troppe, che rischiano di trascinare in un baratro, non solo economico, un intero Paese. L’illusione che facendo più deficit, anzi «sano deficit» come dicono i leghisti, si possa ridurre il rapporto fra il debito (di cui nessuno parla più, argomento rimosso) e il prodotto interno lordo, desolatamente fermo. Non è mai successo. O che si possa combattere l’evasione fiscale (vera gramigna italiana, battaglia accantonata) insistendo con sconti e condoni. Oppure parlando di flat tax quando è chiaroatutti che, allo stato dei nostri conti pubblici, è un’utopia ingannevole. E ancora, l’illusione che mandando in pensione le persone prima, i posti di lavoro vengano occupati tutti da giovani che peraltro continuano ad andarsene. Sarà poi curioso capire, in una eventuale campagna elettorale, specialmente al Sud, se Salvini annuncerà la cancellazione, una volta al governo, del reddito di cittadinanza. E come spiegherà, da quelle parti, l’autonomia differenziata chiesta a gran voce dai suoi governatori del Nord. La rappresentazione di comodo della realtà economica—considerando i mercati una sortadi bisca affollatadi speculatori senza scrupoli —èil carburante del sovranismo, il moltiplicatore del consenso. Ma è anche fumo, o meglio sabbia, negli occhi dei cittadini, ai quali il conto prima o poi arriva. E lo pagano i più deboli.

Franco

L’oradelleregole dopoilblitz

Massimo Franco sul Corriere

L’ istinto di onnipotenza di Salvini comincia a fare i conti con la Costituzione e il Parlamento. continua a pagina 6

Il suo blitz teso a portare l’Italia alle elezioni anticipate sta riuscendo, ma solo in parte. Sancire unilateralmente la fine della maggioranza con il Movimento5Stelle potrebbe condurre quasi perforza di inerzia alle urne. Eppure l’esitoèincerto. La Lega, nella sua corsa affannosa verso il voto, addita e pretende iltraguardo vicinissimo; il Parlamento, nel quale per ora ha solo il17% dei voti, invece, lo osserva col cannocchiale rovesciato: più lontano,forse non a portata di ottobre. D’altronde, lo strappo leghista costituisce una forzatura che ha fatto scivolare in secondo piano l’interesse nazionale, privilegiando solo i calcoli elettorali di un partito sicuro di avere il vento in poppa e di doverlo sfruttare subito. Il Carroccio sembra avere sottovalutato l’allarme che il suo diktat sta provocando, e non solo in Italia, perla forte componente estremistica e antieuropea che sprigiona. Esistono impegni finanziari e scadenze di governo da rispettare, e vincoli che non possono essere scansati solo per permettere la «presa del potere» salviniana dai contorni di una guerra-lampo sulla pelle dell’Italia. Restituire lo scettro della crisi al Parlamentoeal Quirinale è una via obbligata costituzionalmente.Non sitratta difrenare le ambizioni di vittoria leghiste ma di permettere all’opinione pubblica di comprendere le ragioni della rottura e renderla trasparente nei suoi passaggi.Non sarà facile. Ilterrore grillino di un voto anticipato che falcidierebbe i suoi consensi e le sue rappresentanze parlamentari porta un redivivo BeppeGrillo a invocare un fronte controi«barbari» di Salvini: versione aggiornata e pasticciata di unità nazionale. Proposta singolare. Il «nuovo» si aggrappa all’odiato sistema non per salvare il Paese e la tenuta dei conti pubblici, ma soprattutto per salvare se stesso, contando di mettere insieme paure trasversali. È una reazione simmetrica e opposta a quella della Lega. E offre il medesimo brutto spettacolo da parte della ormai ex maggioranza.Avventurismo elettorale leghista e strumentale trasformismo grillino vanno a braccetto, accompagnati dal solito corredo di insulti. Con quali esiti, si vedrà. Ma proprio per questo, ora più che mai Costituzione, ParlamentoeQuirinale sono le uniche garanzie di serietà contro azzardi e furbizie accomunati da una spregiudicatezza venata di irresponsabilità. Se e quando si arriverà alle elezioni è ancora da capire. E non è detto che sia la cosa migliore peril Paese. Si dovranno evitare pasticci e ammucchiate improbabili, ma anche scongiurare accelerazioniforiere solo di fratture più profonde e pericolose, peri rapporti interni, perla tenuta dell’Italia e perle relazioni coninostri alleati europei. Ilrispetto delle regole è il minimo che si debba pretendere da chi da tempo mostra una prepotente inclinazione a calpestarle peril proprio esclusivo tornaconto. Sarebbe bene se ne rendessero conto anche le opposizioni, per non ridursi alruolo di strumenti subalterni di una demagogia che ha già prodotto molti guasti.

Scalfari

Veltroni

Lerner

di Luigi Manconi e Valeria Fiorillo

gfeltrfi

sallusti

Per sopravvivere Renzi diventa un pentastellato

Giuli

Urinati

Il manifesto

Belpietro

Il Tesoro. Nel 2019 servono 125 miliardi. A tanto ammontano le aste dei titoli di Stato da qui alla fine dell’anno. Sui conti l’ipoteca dello spread. Il Tesoro quest’anno ha già raccolto 284 miliardi con BoT e BTp, Dopo la forte domanda degli ultimi mesi, in futuro potrà pesare la turbolenza sui mercati. Per ora nessun allarme sulle aste, ma c’è il pericolo di un aumento di costi con effetti negativi sulla manovra. Domani nuovo test sui mercati (Sole p.3).

Nomine. La crisi congela le nomine. Oltre 70 poltrone in gioco. A breve un dedalo di scadenze tra Authority, enti pubblici e partecipate del Mef e di Cdp. In autunno parte la corsa per rinnovare i vertici delle big: Enel, Eni, Leonardo, Poste, Enav e Terna (Sole p.4).

Alitalia. Alitalia, i soci accelerano su piano e ad. Agosto di lavoro per Ferrovie, Atlantia e Delta per limare il progetto industriale, ancora distanze su network e alleanze. Entro fine mese summit Battisti, Castellucci e Bastian sull’offerta. In corsa per il vertice Altavilla e Scaramella (Messaggero p.14). Senza soldi pubblici precipita la nuova Alitalia. Continuano i tavoli tecnici tra Fs, Delta e Atlantia, ma tra un mese servirà un governo (Repubblica p.10).

Una banca per i piccoli. “Una banca pubblica per i piccoli. Senza il credito soffochiamo”. Intervista al leader di confartigianato Merletti: “i prestiti sotto i 50 mila euro non convengono, troppi costi burocratici. Bene estendere la flat tax a 100 mila euro, ma serve anche la semplificazione delle aliquote Irpef. Il rialzo dell’aliquota Iva su alcuni beni non è un tabù. La strada è un mix di tagli e investimenti (Corriere p.31).

Cambia lo Ior. Il Papa cambia la banca del Vaticano. Più poteri ai vertici e controlli esterni. Nuovi statuti per lo Ior: potenziati il prelato e il direttore, che diventa “generale”, scompaiono i revisori interni. La mossa mette l’Istituto in linea con i parametri internazionali e punta ad avvicinarlo alla missione della Chiesa (Repubblica p.32). Revisore esterno e teleconferenza. Regole più severe per il personale: dovrà lavorare in esclusiva. Il board da 5 a 7 membri (Corriere p.32).

La tv che cambia. Il presidente della Rai Marcello Foa invita a puntare sui contenuti nazionali e locali, dall’informazione ai format. “Dialogo con le emittenti pubbliche europee per una piattaforma comune. In casa si potrebbe parlare con Mediaset & Co. Per sfidare i colossi della Tv digitale l’Italia ragioni su un patto di sistema. Produzione italiana e sintonia col pubblico sono una forza. E qui nessuno ha le nostre conoscenze. Il mandato triennale del Cda Rai non aiuta a impostare un discorso di medio e lungo periodo. Netflix è pronta alle coproduzioni ma la formula delineata non va. Non siamo ingenui. Sulla piattaforma collettiva i tedeschi vogliono risposte entro settembre: ci vorrà di più (Stampa p.9).

Giustizia. Il vuoto che rallenta la giustizia. Nelle aule mancano mille giudici. A Brescia ogni magistrato ha un’utenza media di 15.124 cittadini, i colleghi di Reggio Calabria 3.603.

In termini assoluti la carenza maggiore è a Napoli: sono 132 i posti vacanti. Ogni giudice si occupa in media di 473,6 procedimenti. La pianta organica del ministero di Grazia e Giustizia prevede 6944 magistrati. Il numero di magistrati ideale secondo i conti del ministero sarebbe di 7954. Il tasso medio di scopertura nei distretti giudiziari e del 12,7%. 781 i giorni – in media – di durata di un processo di primo grado a Messina. Lo studio di Confartigianato Veneto: il problema rischia di aggravarsi con i prepensionamenti a “quota 100”.

Giustizia 2. Bari, 12 mesi dopo, un tour da incubo nelle 8 sedi del tribunale. Dalla tendopoli alle udienze tra lavori in corso e traslochi. La rabbia degli avvocati: non abbiamo il dono dell’ubiquità. 94 i milioni necessari per creare un polo della Giustizia nelle ex Casermette. 17 i chilometri che separano le aule di Bitonto da quelle di Modugno.

Giustizia 3. Tempio Pausania. In Gallura i processi si bloccano. Migliaia di reati impuniti (Stampa p.14 e 15).

Cassazione, corsa a 9. Salvi in pole position. Non prima di ottobre la nomina del Pg: anche Riello tra i favoriti. Procura di Roma, tempi lunghi dopo il caso Palamara: ipotesi nuovo bando. Le indiscrezioni sul possibile sostituto di Fuzio uscito di scena dopo essere stato indagato (Messaggero p.11).

Diabolik, nel commando ora spunta un terzo uomo. Un “palo” avrebbe segnalato al killer l’arrivo in anticipo di Piscitelli al parco. Si cercano analogie con vecchi delitti dei clan. Il sicario voleva uccidere anche l’autista. La zona in cui è avvenuta l’esecuzione è un territorio del gruppo senese. L’assassino forse ha un tatuaggio (Messaggero p.13).

Russia 1. La Russia ammette: “Esploso un missile durante test atomico”. L’incidente al largo di Severodvinsk. Almeno 5 morti. Corsa nelle farmacie per le pillole anti-radiazioni. 185.000 gli abitanti di Severodvinsk, cittadina vicina al luogo dell’incidente. Secondo Greenpeace le radiazioni hanno superato 20 volte il livello normale (Stampa p.10).

Russia 2. L’opposizione in piazza contro l’esclusione dei suoi candidati alle elezioni. Arrestata Liubov Sobol. In sessantamila sfidano Putin. “Ora non potrà più ignorarci”. Dall’inizio delle proteste la polizia ha arrestato 2.400 persone (Stampa p.10). La repressione non ferma la protesta. Oltre 60 mila in strada per chiedere voto libero. Folla mai vista dal 2012 (Repubblica p.19).

Trovato impiccato Epstein. Si impicca in carcere il finanziere Epstein. Era accusato di decine di violenze su minori. Le vittime: il suo ultimo atto di egoismo. Aveva già tentato di uccidersi. Una donna coinvolge il principe Andrea. Amico dei potenti, sedicente filantropo, andava ai party con i Trump e sull’aereo con Clinton. Nonostante la condanna per violenza sessuale, gli atenei liberal accettavano i suoi assegni. La vita dorata di Jeffrey lo schiavista che finisce nelle buie celle di Manhattan. Per anni ha vissuto in un clima di impunità, anche quando le accuse si moltiplicavano (Stampa p.11).

Cuba ed ebrei. Viaggio nella piccola comunità dell’Avana. Nonostante le ristrettezze economiche, oggi ospita turisti e riscopre le tradizioni sefardite. La nuova vita degli ebrei di Cuba. “Sopravvissuti a Fidel, ora resistiamo”. Gran parte dei membri è fuggita a Miami dopo la Rivoluzione. Loris Zanatta: “Castro era un re cattolico. Comunista, ma con la Bibbia. Perseguitò la religione, ma fondò uno stato etico. Fidel prima di morire è tornato alle origini auspicando l’alleanza tra cattolicesimo e Islam contro il capitale (Stampa p.12).

Brexit, Buckingam Palace avverte: “Tenere la regina fuori dalle beghe”. Con il premier Boris Johnson intento a portare la Gran Bretagna fuori dall’Unione Europa «vivi o morti», e il Paese apparentemente avviato verso il divorzio da Bruxelles senza un accordo, potrebbe davvero toccare alla Regina bloccare la Brexit e salvare il suo regno dal precipizio? Fino a poco tempo fa la domanda sarebbe sembrata pura fantapolitica, ma adesso se ne discute apertamente, anche se talvolta solo in maniera provocatoria. Sta di fatto che il «Daily Telegraph», quotidiano vicino alla Casa Reale, ieri ha dato la notizia di colloqui tra Downing Street e Buckingham Palace per discutere della situazione e tenere la Regina fuori dalla Brexit.In 67 anni di regno, il più lungo nella storia del Paese, Elisabetta è sempre rimasta al di sopra della lotta politica. Ma nell’imprevedibilità in cui è piombato il Paese dal referendum del 2016, nulla si può escludere. Tranne, forse, un intervento della Regina (Stampa p.17).

Kashmir. Nella terra sotto coprifuoco dove anche pregare è vietato. “L’India ci vuole cancellare”. Le voci e gli appelli oltre il muro di silenzio imposto da Nuova Delhi allo Stato musulmano. Revocata l’autonomia le comunicazioni sono tutte bloccate. E nelle strade scontri e feriti. “Ora il mondo ci aiuti. Sarebbe meglio se ci bombardassero piuttosto che infliggerci la tortura quotidiana delle restrizioni” (Repubblica p.17).

Senza ponte. Le macerie, la speranza. La vita sospesa di Genova un anno dopo il crollo. “Era il nostro rumore di fondo”, dice la gente. “Una pioggia di calcinacci e cascate d’acqua quando pioveva”. La prova regina per ora è il reperto 132, tre metri di cemento e fili d’acciaio in “uno stato corrosivo di tipo generalizzato”. Pino Corrias su Repubblica a pagina 20. More