Buongiorno a tutti. Franchi tiratori all’opera per salvare dagli arresti domiciliari un collega deputato. Cumeo fiscale in manovra. Ma arrivano le prime difficoltà per il governo sulla rivoluzione verde. Renzi costituisce i gruppi di Italia Viva. Lo stallo in Israele dopo il voto e le urne in Spagna per la quarta volta in qauttro anni sembrano dirci che nemmeno quella del popolo è la strada per risolvere i problemi. Brexit sempre più incasinata con il Parlamento europeo che si dice disposto a un rinvio. Buoan lettura a tutti.

Franchi tiratori. Alla Camera i franchi tiratori rosso-gialli salvano il forzista Sozzani. Sospetti e accuse incrociate. L’aula contro l’arresto del deputato: alla maggioranza mancano 49 voti. Ira di Di Maio: confermata la nostra diversità, ora abolire il voto segreto. Un “incidente” pilotato per lanciare un segnale agli azzurri del Senato (Messaggero p.5). Il caso alimenta voci su contatti tra maggioranza e Forza Italia (Stampa p.8). Uno schiaffo ai giustizialisti. Il deputato di Forza Italia: «Sono innocente» (Giornale p.5).

Giustizia. Bonafede tira dritto per salvare la riforma. Ma nel governo la giustizia è una mina. Divisioni alla luce del sole sulle modifiche al Csm e al suo sistema elettorale. O sulle intercettazioni. Ma nonostante queste premesse Bonafede lavora fiducioso alla riforma che porterà ancora il suo nome (Corriere p.5)

Italia Viva. I senatori renziani sono 15: senza di loro niente Conte 2. Per costituirsi a Palazzo Madama sarà usato il logo di “Insieme” di Nencini (Fatto p.8). La lista dei 40 che vanno con Renzi. Telefonate anche a 5Stelle e leghisti. Tra coloro che aderiscono a Italia viva, pure una senatrice di FI. Boschi capogruppo in pectore. Bellanova: «Il governo non tema nulla da noi. Potrà ampliare la sua maggioranza» (Corriere p.8). Le lacrime di Marcucci davanti ai senatori: Matteo sbaglia, io resto Il capogruppo al Senato vicinissimo all’ex premier (Corriere p.9). “Non faremo le spie di Renzi” I sospetti dem su chi è rimasto (Repubblica p.4).

Lorenzin. La scelta di Lorenzin: “Entro nel Pd”. L’ex ministra alla Salute e leader di Civica Popolare dice no a Renzi e approda nel partito di Zingaretti. “Rafforzare i dem allargando il campo dei moderati è l’unico modo possibile per fermare Salvini” (Repubblica p.7).

D’Alema a Renzi: non torno nel Pd. E posso dare lezioni di riformismo. “Ho fatto la guerra nei Balcani con Clinton”. Zingaretti promette spazio ai sindaci renziani (Stampa p.6).

Parla Emanuele Macaluso: “Da Matteo scissione personalistica. Se il Pd non reagisce finirà male. Bersani e D’Alema? Sono loro che hanno dato il primo colpo al Pd, e per loro è stato un insuccesso. Puntare a recuperare elettori nell’astensionismo, non a mischiare gli elettori coi 5S come vorrebbe Bettini”. Fabio Martini sulla Stampa (p.6).

Traditori. Lettera ai traditori: ricordatevi il destino di Fini. Maurizio Belpietro sulla Verità (p.3).

Ego. Siamo appesi alla sua volontà di prepotenza incapace di esistere se non al centro della scena scrive Marcello Veneziani sulla Verità (p.3). Alla fine l’ex premier s’è fatto un partito a sua immagine e somiglianza: monoteista, univoco, napoleonico. È in ritardo? Può darsi, ma tiene per i santissimi le spoglie del Pd, i Pulcinella del M5s e il maggiordomo Conte.

Scissione bis. E anche tra i 5Stelle spunta la tentazione della scissione. Monta il malumore contro Di Maio Big del governo: situazione esplosiva. Il piano: dar vita a un gruppo autonomo per stabilizzare Conte e contrastare Renzi. Conte, sherpa grillini e dem lavorano a un nuovo gruppo per rendere il partito di Renzi non più ago della bilancia (Messaggero p.4).

Responsabili. E ora si cercano “responsabili” per blindare Conte al Senato. Palazzo Chigi studia le contromisure per depotenziare l’impatto dei gruppi fedeli al “rottamatore”. L’ipotesi di transfughi di FI per formare una pattuglia pronta a rispondere alla chiamata del premier (Repubblica p.3).

Rousseau. “Apriremo Rousseau a tutti con una app sulle votazioni”. Enrica Sabatini, dirigente dell’associazione: “Oggi lanceremo un bando sul blog delle Stelle per un progetto open source. La Casaleggio Associati è una entità distinta dall’associazione, non so quali siano i suoi clienti” (Fatto p.11).

Toninelli: “Col Pd marciume alle Infrastrutture. De Micheli avrà il mio fiato sul collo. Da gennaio voglio vedere diminuire le tariffe autostradali. Sulla revoca delle concessioni ad Autostrade avevo ragione: ora manca il via libera di Conte. Salvini mi ha dipinto come il ministro del No, prendendosi i meriti dei cantieri che sbloccavo io” (Stampa p.8).

Di Maio. Un fantoccio alla Farnesina. Di Maio è il ministro, ma decidono tutto gli altri. A Gigino basta la poltrona: arriva Macron, però lui è con la Raggi, tanto di Ue si occupa Conte, di profughi la Lamorgese… (Libero p.5)

Umbria. Di Maio propone ai dem Catia Bastioli. Ha un’impresa di bioplastiche, è presidente di Terna. È stata alla Leopolda da Renzi, ma pure Grillo l’ha elogiata come innovatrice sul suo blog (Fatto p.10). Una donna in Umbria, Pd e M5S trattano. Proietti e Bastioli possibili nomi per la candidata comune. Ma l’asse spacca il Movimento: minacce di dimissioni (Corriere p.11).

Campania. Il sindaco di Napoli De Magistris apre ai “giallo-rosé” per le Regionali in Campania del 2020: “Una coalizione civica e via De Luca: così parleremo con Pd e 5S” (Fatto p.10).

Mara Carfagna. Berlusconi cavalca la cena dei “peones”. Il capo rassicura i cinquanta parlamentari convocati in un ristorante dalla Carfagna: non saremo salviniani (Stampa p.7). Mara Carfagna: “Con Renzi neanche un caffè ma ora basta immobilismo. L’ex premier per noi un competitor, ci indebolisce. Il Giglio magico renziano? Buoni rapporti con tutti ma inciuci con nessuno. Salvini? O si guarda al centrodestra o si strizza l’occhio all’estremismo. Bisogna scegliere” (Stampa p.7). Forza Italia, ciclone-Mara scatena il caos. Carfagna contro le due capogruppo Bernini e Gelmini. Berlusconi sta a guardare (Qn p.5). Meloni-Salvini: contro-Opa sui forzisti. Ma cresce il fronte dei “centristi” azzurri. Berlusconi a Strasburgo assicura sostegno a Gentiloni irritazione di Lega e Fdi (Messaggero p.6).

Richelieu. Le mosse di Gianni Letta il campione centrista equidistante tra i due Matteo. Attende il ritorno al proporzionale quasi fosse il ritorno del messia, intanto si adegua al compromesso di un centro-destra col trattino che tenga a debita misura l’ex ministro dell’Interno e garantisca l’alleanza tra i due partiti alle Regionali, confidando in un progressivo depotenziamento di Salvini. Francesco Verderami sul Corriere (p.11).

Migranti. Macron rassicura Conte: “Più vicino l’accordo per distribuire i migranti”. Roma e Parigi vorrebbero smistare in Europa i profughi entro 30 giorni. Il presidente francese a Palazzo Chigi: “Sanzioni a chi non accoglie” (Stampa p.4). Passi incerti sull’immigrazione. La diplomazia è viva: Macron a Roma, poi vertice a Malta. Restano i problemi (Foglio p.3). Sul meccanismo automatico di distribuzione dei migranti, sul quale la Germania sembra avere una marcia in più, il presidente Macron continua a escludere dal meccanismo i migranti economici (Corriere p.12). Profughi dall’Africa, è record di arrivi: trecento in tre giorni a bordo dei barchini (Corriere p.13).

Solo parole tra Conte e Macron. Intanto ne sbarcano oltre 100. La Francia neo-sovranista non cede e ci rimanda i suoi. E il premier buonista tocca il record: arrivi in aumento (Giornale p.4). La Francia ci scarica i profughi alla frontiera. Ma Conte non fiata. Sberla all’Italia: il presidente a Roma conferma che non ci aiuterà con i migranti economici. E intanto blinda il confine a Ventimiglia (Libero p.6). Enzo Amendola, neo ministro agli Affari Europei: «Non cercheremo risse. La Ue deve garantire una politica dei rimpatri. Proposte strutturali» (Corriere p.12).

Lamorgese in Germania. Bilaterale Seehofer-Lamorgese. Dopo un anno di tensioni col Viminale, Berlino apre al governo giallo-rosso. Quando Horst Seehofer ha proposto di prendersi il 25% di chi viene portato in salvo nei porti italiani, intendeva i migranti, e non solo i profughi. Un segnale di apertura vero, insieme alla proposta di un meccanismo “temporaneo ma stabile” di redistribuzione tra Paesi “volenterosi”. Tuttavia, per non creare incentivi ad attraversare il Mediterraneo, il ministro dell’Interno intende rendere il tutto stabile ma ancora flessibile. «Nel caso i migranti dovessero aumentare improvvisamente, la redistribuzione deve essere modificabile», spiega una fonte governativa. Insomma, non del tutto automatica (Repubblica p.10).

Libia. L’appello del premier a Sarraj: “Basta con le violenze” Centri di detenzione e milizie al centro del colloquio. La nuova maggioranza contesta i finanziamenti alla Guardia costiera. Prevista una conferenza con l’appoggio dell’Onu (Stampa p.4).

Giustizia. Bonafede tira dritto per salvare la riforma. Ma nel governo la giustizia è una mina. Scrive Giovanni Bianconi sul Corriere (p.5). Già di per sé irto di ostacoli, visto che si tratta di mettere d’accordo Cinque Stelle, democratici e adesso anche renziani, sul cammino della riforma sono tutti improvvisamente schierati dalla stessa parte della barricata, dopo un anno e più trascorso su fronti opposti, sempre uno contro l’altro su uno dei temi più divisivi dell’agenda politica. Ma al di là di apparenze e atteggiamenti di facciata, un problema giustizia esiste all’interno della coalizione che sostiene il Conte 2. La scorsa settimana il faccia a faccia tra il ministro Bonafede e Andrea Orlando, vicesegretario del Pd nonché suo predecessore a via Arenula, è andato bene anche perché ci si è limitati a parlare di metodo di lavoro, tempi entro i quali muoversi e «orizzonti» sugli argomenti da affrontare. Il che significa capire che cosa si può salvare della riforma varata «salvo intese» dal governo Conte1in punto di morte, e che cosa sarà meglio accantonare. Sui meccanismi per accelerare i processi — obiettivo comune che nessuno rinnega, ovviamente — ci possono essere soluzioni condivise ma anche scelte considerate punitive e insensate dai magistrati, sulle quali il Pd vuole chiarirsi le idee. Resta però la scadenza-mannaia del 1° gennaio, quando scatterà l’abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, bandiera dei grillini. Divisioni alla luce del sole, quindi. Com’è prevedibile che accada, per citare un altro aspetto del progetto Bonafede, sulle modifiche al Csm e al suo sistema elettorale. O sulle intercettazioni, dopo che il Guardasigilli, appena arrivato in via Arenula, ha bloccato la legge rinominata «bavaglio» firmata proprio da Orlando. Ma nonostante queste premesse Bonafede, unico ministro «politico» che ha mantenuto l’incarico nel Conte 2, ottimista per carattere, lavora fiducioso alla riforma che porterà ancora il suo nome.

Csm. Anche Paolo Criscuoli, dopo una strenua resistenza, si è dimesso e lascia il Csm: “Pago pressioni da stato etico”. Si era autosospeso il 4 giugno, come altri quattro membri del Csm sottoposti a procedimento disciplinare per aver partecipato, in maggio, all’incontro notturno in hotel con il magistrato Luca Palamara e i parlamentari del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri (che ieri ha seguito Renzi in Italia Viva) per decidere la nomina del procuratore di Roma. Con Criscuoli salgono a sei i membri del Csm che hanno lasciato dopo l’esplosione dello scandalo (Stampa p.14).

Savoini. “Operazione Rabat”: 500 mila euro a Savoini. Il compenso dal lobbista marocchino Khabbachi per la “buona stampa”. L’affaire dell’hotel “Méridien”, poi cronisti italiani in trasferta per lodare Re Mohammed VI (Fatto p.3).

Giustizia a due pesi e due misure. Quattro anni per due bottiglie. Il giudice si ribella: “Pena sproporzionata”. Ha dato una spinta a chi tentava di fermarlo dunque è una rapina “violenta” da punire. Il Tribunale di Torino solleva la questione di costituzionalità sul caso di un uomo che rischia una lunga detenzione per aver rubato liquori in un supermercato. Sebastiano Ardita, neoeletto presidente della Commissione esecuzione pena del Csm: “Aumentano le sanzioni, ma anche i cavilli Così ne fanno le spese soltanto i poveracci. Chi ruba sta in carcere in media 250 giorni, chi fa bancarotta con frode 190. Le misure alternative sono quasi solo per il secondo” (Fatto p.4).

Facebook. Il tribunale di Facebook. Nasce una corte internazionale per la libertà di parola sui social. Pagata da Zuckerberg (Giornale p.14).

Tv pirata. Maxi retata contro le tv pirata. Multe per 700mila abbonati. Sequestrata Xtream Codess, piattaforma per vedere illegalmente e a pochi euro le pay tv. In Italia 5milioni di utenti. Perquisizioni in tutta Europa, smantellate le centrali del network. Duecento i conti individuati dagli investigatori tra PayPal, PostePay e portafogli Bitcoin (Stampa p.12).

Manovra. In arrivo sgravi in busta paga ai redditi fino a 36 mila euro. Allo studio un piano da attuare in 3 anni con una dotazione finanziaria di 5 miliardi. L’ipotesi: bonus 80 euro ampliato ed esteso agli “incapienti” ma trasformato in detrazione (Messaggero p.3). Conte: priorità taglio al cuneo fiscale, per le riforme un piano triennale. Il premier ai sindacati: «Confronto preventivo su manovra e salario minimo» (Sole p.5).

Ambiente. Ma sull’ambiente è già scontro (Messaggero p.2). Costa vuol tagliare i sussidi inquinanti: inizia la guerra (Fatto p.7). Il governo litiga sul decreto Clima. Slitta la legge voluta dal ministro all’Ambiente prima del summit Onu. Mancano le risorse. M5S e Pd: da Italia Viva resistenze alla svolta green (Stampa p.3).

Dice il renziano di Italia Viva Luigi Marattin: “Da noi nessun veto sulle misure (Stampa p.2).

La rivoluzione verde. Sì degli ecologisti al decreto, ma il Tesoro frena (Stampa p.3). Premio di 2 mila euro a chi rottama un’auto fino alla classe Euro 4 nelle città sotto infrazione comunitaria per lo sforamento dei limiti di inquinamento; più agevolazioni per l’energia pulita. Sono queste due le principali misure del decreto legge sul clima che potrebbero essere discusse già oggi nel Consiglio dei ministri (Corriere p.3).

La stangata giallorossa: ecotasse per quasi 2 miliardi. Nel decreto Ambiente in arrivo il taglio degli sconti fiscali per l’autotrasporto. Gli esperti: rischio autogol (Giornale p.2). «Soldi a chi rinuncia all’auto». Il governo ammazza il settore. Bonus da 2mila euro per la rottamazione senza acquisti. Un brutto colpo per la filiera che vale il 6% del Pil (Giornale p.3).

I guai del Mef. Il cortocircuito sull’ambiente che può mettere nei guai il Mef. Secondo le prime indiscrezioni, gli entusiasmi di Sergio Costa non avrebbero contagiato gli uomini di Roberto Gualtieri, che puntano attorno a uno o due miliardi. A prescindere dalla cifra, ci sono almeno tre problemi: uno di efficienza economica; un secondo di agibilità politica; un terzo di realtà contabile. Il piano del ministro Costa per abbattere i sussidi ambientalmente dannosi rischai di tradursi in altre tasse (Foglio p.3).

Tagli o nuove tasse. Dai tagli di spesa (a proposito: il commissario ad hoc manca da quindici mesi) devono restare fuori sanità, enti locali e istruzione scrive Federico Fubini sul Corriere (p.3). Significa escludere a priori il 64% delle uscite limabili. Sarà un miracolo risparmiare dal resto del bilancio 1 o 2 miliardi in un anno. Il rischio è che si produca alla fine una miscela esplosiva di aumenti di tasse.

Statali. Fabiana Dadone, neo ministra delle pubblica amministrazione: «Troveremo i 5 miliardi per i contratti degli statali. Disponibili anche 900 milioni per assunzioni straordinarie. I controlli contro i furbetti? Lotta dura agli abusi ma nessuna criminalizzazione» (Messaggero p.7).

Spread. Il taglio dello spread BTp-Bund regala 2,4 miliardi ai big bancari. Dal 9 agosto il differenziale è sceso di circa 100 punti base: questo significa una sorta di ricapitalizzazione teorica che per i primi cinque istituti di credito vale oltre 2 miliardi di euro (Sole p.2).

Politica monetaria. La Fed taglia i tassi dello 0,25% ma a Trump ancora non basta. Aumenta il dissenso ai vertici della Banca centrale sulla riduzione del costo del denaro mentre arrivano nuove critiche del presidente Usa a Powell: « Troppo poco. Non ha coraggio» (Sole p.3).

Autostrade. L’ira dei parenti delle vittime. “Sconvolti per la buonuscita di Castellucci”. Ma la Borsa ha premiato Atlantia dopo le dimissioni. Cambio al vertice di Spea, l’avvocato Bove è il nuovo ad (Stampa p.9). I tecnici: “I rapporti manomessi erano un sistema diffuso”. I funzionari raccontano di aver eseguito ordini e subito pressioni dall’alto. Ci sono le prime ammissioni e collaborazioni con i magistrati (Stampa p.9). Concessioni. Via le tratte liguri e niente “Gronda”. Il piano del governo punta a togliere ad Autostrade 200 km di rete mettendo a gara la grande opera, il vero obiettivo del colosso (Fatto p.6).

Auto. La frenata dell’auto in Europa. Fca arretra, vendite giù del 26%. In 8 mesi immatricolazioni in calo del 12%. Alfa Romeo perde il 46%. Bene Renegade (Corriere p.39).

Ferrero. Premio ai dipendenti da 2 mila euro. Accordo integrativo tra azienda e sindacati per oltre 6 mila lavoratori. In busta a ottobre

(Repubblica p.30).

Lurisia & Slow Food. Coca Cola Italia acquista Lurisia. Il gruppo delle acque minerali è stato venduto per 88 milioni alla multinazionale americana. Il passaggio di proprietà non è però piaciuto a Slow Food, di cui Lurisia è partner. Con l’edizione 2019 di Cheese che si apre venerdì a Bra, nel cuneese, «si conclude la collaborazione tra Slow Food e Lurisia a seguito del passaggio di proprietà di quest’ultima al gruppo Coca Cola», annuncia infatti un indispettito comunicato (Messaggero p.15).

Israele. Netanyahu ha perso ma Gantz non s’impone. Il nuovo rebus d’Israele (Repubblica p.12). Bibi e Gantz: l’ipotesi unità nazionale. Nessun vincitore, il presidente vuole evitare un nuovo voto. Netanyahu: senza di me, arabi al governo. Tramonto di un capo: Israele non lo vuole più ma non sa farne a meno. Con la forza e la paura ha diviso un Paese eccezionale (Corriere p.14). Lieberman, il lupo sovietico che ha travolto il suo «creatore». Nato politicamente all’ombra del capo del Likud, lo ha «demolito» in poche mosse (Corriere p.15).

Israele 2. “Vendetta araba” su Netanyahu. Gantz cerca la grande coalizione. L’affluenza alta penalizza il premier e lo spinge lontano dal governo. L’ex generale a Lieberman: “Unità nazionale con il Likud ma senza Bibi”. Il leader del Likud cancella la visita all’Onu e il bilaterale con Trump. Avigdor, la scalata del falco che vuole le riforme laiche. Sostenitore della linea dura con Gaza, guida la tribù degli immigrati russi (Stampa p.10).

Tensioni nel Golfo. Missili sui sauditi. Riad mostra le prove: “Attacco dell’Iran”. Pompeo: è stato un atto di guerra. Trump aumenta le sanzioni: “Non colpire Teheran è un segno di forza, ma se dovremo agire lo faremo senza esitare” (Stampa p.11). «Tutte le opzioni sul tavolo». Ma i sauditi evitano di accusare direttamente Teheran (Corriere p.17).

Ego spagnolo. I duellanti Pedro e Pablo. Così la sinistra degli ego riporta la Spagna al voto. Il socialista Sánchez e Iglesias di Podemos hanno inscenato cinque mesi di estenuanti negoziati. Ma alla fine è stato un grande fiasco Tra ostinazione e superbia reciproca (Repubblica p.14). Tutti i partiti contro Sánchez: “Si torna alle urne per colpa sua”. Il premier facente funzioni, pur vincendo le elezioni dello scorso aprile, avrebbe avuto bisogno di Podemos per essere eletto dal Parlamento, ma una guerra tra i due partiti della sinistra spagnola ha reso impossibile l’accordo. Così, senza altre soluzioni possibili, si tornerà alle urne il prossimo 10 novembre. Da destra a sinistra tutti sono d’accordo nell’accusare Sánchez: «Il suo piano era sin da subito tornare a votare», hanno insinuato i leader di Podemos, Partito Popolare e Ciudadanos. Gli ex indignados hanno chiesto fino all’ultimo di entrare in un governo guidato da Sánchez, mentre i socialisti pretendevano di formare un monocolore, con un accordo programmatico con Podemos, come nel vicino Portogallo (Stampa p.14)

Brexit 1. Dalla Ue sì a un rinvio. Johnson invita Sassoli a Londra sottolineando l’importanza del Parlamento europeo nel processo della Brexit, esprimendo il desiderio di trovare un accordo positivo sulla partenza del Regno Unito dall’Ue. Risoluzione sulla Brexit da parte di Strasburgo che ha ribadito il sostegno del Parlamento Ue ad una Brexit ordinata (Messaggero p.10).

Brexit 2. Il passo di Boris fuori dall’Europa. Accordo o non accordo, l’Ue ha un altro grande problema con Londra: l’ambizione del premier inglese di trasformare il Regno Unito in una Singapore sul Tamigi. Così la competizione con l’Ue sarebbe brutale. L’obiettivo di Johnson sembra non soltanto quello di rompere con il presente ma di organizzare una rottura definitiva anche per il futuro. Per un partenariato commerciale integrato servono delle regole comuni di base. Se saltano quelle, i rischi sono alti (Foglio p.IV).

Brexit 3. l’appello dell’ambasciatore ai polacchi: “Tornate a casa”. Nella narrazione britannica pro-Brexit, la causa di tutti i mali è l’idraulico polacco. Ossia il lavoratore immigrato, originario di Paesi Ue più poveri, che accetta salari miseri e quindi contribuisce a un livellamento al ribasso delle buste paga. Ecco, presto i britannici potrebbero ritrovarsi senza idraulici polacchi. Anzi, senza più nemmeno un polacco, una comunità che conta 830 mila persone registrate nell’isola di Sua Maestà. A poco più di un mese dalla data di uscita dall’Unione europea, ieri è arrivato un appello piuttosto allarmante. A lanciarlo è stato Arkady Rzegocki, ambasciatore di Varsavia a Londra. Durante un’intervista radiofonica con la Bbc si è rivolto ai sui connazionali per invitarli a «considerare seriamente» un ritorno in patria. Il motivo? Nonostante le rassicurazioni di Londra, c’è il rischio che i loro diritti di cittadini europei non vengano pienamente riconosciuti (Stampa p.15).