È stato molto incoraggiante vedere gli afgani mettersi in fila per votare alle elezioni presidenziali sabato, eppure temo che questo voto risolverà pochi dei problemi che affliggono il Paese. La lista di ciò che il voto non cambierà, purtroppo, è lunga: non risolverà la questione del dialogo fra Kabul e i talebani, perché questi ultimi non hanno riconosciuto la legittimità delle elezioni. Non risolverà la questione di un governo troppo spesso accusato di corruzione. Non risolverà i tanti problemi che l’Afghanistan ha in sospeso con i suoi vicini, dalla Russia al Pakistan: ma soprattutto, non toccherà la questione che è centrale nella vita di ogni afgano oggi, quella della sicurezza, del cessate il fuoco che tutti desiderano. Questo voto è il risultato dell’insistenza del presidente uscente, Ashraf Ghani, che ha voluto a tutti i costi andare alle urne alla ricerca di un nuovo mandato: in tanti, compresi gli americani, gli avevano consigliato di posticipare le elezioni e di dare priorità al dialogo con i talebani, facendo partire una trattativa vera prima di andare a votare. Ma così non è stato. In questo quadro però c’è una buona notizia. L’affluenza alle urne è stata bassa, soprattutto in alcune zone del Paese, ma la gente è andata comunque a votare, dimostrando che i talebani non sono riusciti nell’intento di diffondere la paura al punto tale di fermare il processo elettorale, come pure avrebbero voluto. Di fronte al coraggio di chi ha rischiato per mettere la sua scheda nell’urna, dispiace dire che poco cambierà quando arriveranno i risultati definitivi. L’unica cosa che potrebbe portare a un cambiamento vero in Afghanistan oggi sarebbe un dialogo fra il governo e i talebani, ma questi ultimi non hanno mai riconosciuto Ghani come legittimo presidente, e temo che se anche vincesse di nuovo non lo faranno ora. La priorità per i talebani è parlare con gli americani e ottenere il ritiro dei loro soldati da tutto il Paese: fino a quando non ci sarà un accordo con gli Stati Uniti, l’idea di una trattativa diretta con Kabul non tornerà in agenda. E dunque? E dunque l’Afghanistan è oggi al punto in cui si trovava tre mesi fa, prima che la trattativa fra i talebani e Washington naufragasse: di fronte al sacrificio di tanti afgani nulla è cambiato. Della popolazione civile, degli uomini e delle donne afgane, in questi mesi si è parlato poco. Eppure al centro di questa partita diplomatica ci sono loro, che al sogno della pace hanno sacrificato moltissimo. La gente in Afghanistan vuole che cessi la violenza quotidiana che ogni giorno mette a rischio le loro vite: da inizio anno invece gli attentati sono aumentati, così come il numero dei morti. Questo sta rendendo molto impopolari i talebani. Ma anche gli americani non godono di sostegno: la campagna di bombardamenti con i droni negli ultimi mesi è cresciuta di intensità. Il risultato è che invece della pacificazione in cui speravano, gli afgani si sono trovati di fronte a una escalation di violenza. Tutta sulla loro pelle. Sfortunatamente, nonostante il coraggio dei tanti che hanno votato sabato, non ci sono segni di rapido cambiamento in questo quadro. Ci vorrà tempo perché arrivino i risultati definitivi del voto. Poi verrà il tempo delle valutazioni e delle strategie. L’America dovrà decidere se e quando tornare nella partita. E i talebani quanto sono disposti a cedere. Per gli afgani è ancora una volta il tempo dell’attesa. (Testo raccolto da Francesca Caferri)