Con un filo di malcelata ironia lo chiama «il conto del Papeete», dal nome della nota disco sulla spiaggia di Milano Marittima in cui Matteo Salvini quest’estate ha consumato molti Mojito. Avrebbe potuto rifiutarsi di pagare, ma il partito che l’ha indicato ministro del Tesoro si è trovato alleato al governo un vecchio amico di Salvini, ovvero Luigi Di Maio e il Movimento Cinque Stelle. Per Roberto Gualtieri l’esordio televisivo da custode dei conti pubblici non era semplice. Ha in eredità cinquanta miliardi di nuove spese, deve ammettere che non avrebbe mai impegnato tutti quei soldi, e allo stesso tempo che non è opportuno eliminarle. Il reddito di cittadinanza verrà rivisto, quota cento si esaurirà al termine del terzo anno e però costerà diversi miliardi per parecchi anni. La tassa forfettaria al 20 per cento per le partite Iva con reddito annuo inferiore a 65 mila euro è confermata, salterà solo quella prevista nel 2020 al 20 per cento fino a centomila euro. E’ per tutte queste ragioni che – lo ammette solo a mezza bocca – si troverà costretto ad aumentare almeno in parte l’Iva agli italiani. «Quando ho giurato sapevo che mi avevano chiamato per trovare 23 miliardi in 23 giorni», dice ospite della prima puntata de «In mezz’ora». La Commissione europea permetterà all’Italia di spingere l’asticella del deficit al 2,2 per cento – al cambio poco più di dieci miliardi – ma poiché di tagli importanti alla spesa non se ne parla, non resta che aumentare le entrate. «Sanità, scuola e istruzione non si toccano», dice il ministro. Al Tesoro hanno ripreso in mano il dossier sulla revisione della spesa, ma se tutto andrà bene varrà un miliardo di euro. Se a questo aggiungiamo l’impegno – confermato da Gualtieri – di ridurre il carico fiscale sul lavoro dipendente, si comprende quanto poco siano credibili i proclami di guerra di Renzi e Di Maio, a parole contrari ad ogni aumento dell’imposta sui consumi. Gualtieri non spiega nel dettaglio cosa accadrà. Né lo farà domani sera dopo l’approvazione della nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza. Il polverone sollevato ad arte nelle ultime ore da Renzi e Di Maio gli impedisce di entrare nel dettaglio. Un esponente Cinque Stelle che chiede l’anonimato spiegava la strategia già sabato: «Non diremo subito che l’Iva aumenta. Lo farà più avanti Conte, andrà in Parlamento e dirà alla nazione che non ci sono alternative». Di qui la prudenza del ministro: «Il dibattito è ancora in corso, non abbiamo ancora un piano», dunque se rivedere l’imposta su singoli beni o se scegliere la via dell’aumento secco di una delle tre aliquote. Anche in questo caso per capire cosa accadrà basta spegnere i microfoni. Spiega un altro esponente di governo, questa volta del Pd: «L’aumento al rialzo di singoli beni finirebbe ostaggio delle lobby in Parlamento». Altra cosa è invece aumentare in modo secco una delle aliquote, e contestualmente ridurre l’imposta stessa su alcuni beni di prima necessità. L’aliquota indiziata è quella oggi al dieci per cento, quella applicata per carne, pesce, zucchero, uova, latte, farmaci, frutta, oggetti da collezione, bollette energetiche. L’ipotesi più concreta in queste ore al Tesoro è proprio questa: aumento dell’imposta all’11-12 per cento compensata da riduzioni all’8. L’indizio è nelle parole dello stesso ministro: l’aumento dell’imposta potrebbe avvenire «nelle aree a rischio evasione» compensata da riduzioni «per beni di largo consumo». Per indorare la pillola Gualtieri conferma l’intenzione di introdurre rimborsi per chi utilizzerà carte di credito e bancomat. Resta da capire se il meccanismo sarà semplice e automatico. L’avallo di Renzi e Di Maio dipenderà anche da questo.