In due soli giorni il governo giallorosso ha gettato la maschera della pacificazione nazionale per dichiarare guerra alla maggioranza degli italiani. Il sinistro arsenale non si compone solamente di altre tasse: l’attacco al cuore dell’identità si chiama ius soli. Anzi ius culturae, che ne è la versione politicamente più presentabile anche se non meno incidente. Due giorni fa era stata la ministra boy scout, Elena Bonetti, renziana titolare delle Pari opportunitàe della Famiglia,a corredarela buona proposta degli asili gratuiti con un ritorno alle velleità democratica di fine legislatura 2018: «I bambini nati e cresciuti qui e che chiudano un ciclo scolastico come le elementari o le medie, devono avere la cittadinanza. La loro identitàèitaliana. Lo Statoinveste su dilorocon un percorso educativo (…)(…) e poi li ostacola: che senso ha? Si creano solo situazioni di disagio». A stretto giro, ieri, le ha fatto eco l’alleato grillino (tendenza Roberto Fico) Giuseppe Brescia, presidente della commissione Affari costituzionali alla Camera: «Io credo che sia arrivatoilmomento di ragionare sullo ius culturae, che ritengo una norma di civiltà: un bambino nato in Italia da genitori che siano regolarmente residenti da un certo periodo di tempo nel nostro Paese, che abbia completato un ciclo di studi in Italia, si può ritenere italiano». L’ACCELERAZIONE Naturalmente questaè anche la posizione dominante nel partito democraticoe tuttolascia credere chel’accelerazione in materia di cittadinanza allargata non sarà un falso scopo. Con il che, la sinistraitaliana ei pentastellati nella loro versione aggiornata al governo Conte 2.0 s’incamminano a passo spedito verso la definitiva impopolarità e la probabile estinzione. Già dovrebbe far riflettere il tono assertivo con il quale la Bonetti affronta il tema, quel verbo “dovere” inflitto senza l’ombra di un dubbio, l’affiorare di un dibattito, la possibilità di un confronto che per lo meno – per quantomanodotto adarte sul portale di Rousseau – i Cinque stelle ancora lasciano balenare. Era e rimane, del resto, la posizione di Pier LuigiBersani, leader di LeU e animatore principale del dialogo giallorossofin dal 2013. È stato lui, non più di sei mesi fa, a confidare in televisione con quale spirito punitivo si stava allestendo il grande set cinematografico-politicoimmigrazionista: «Avevo nel cassetto parecchie cose nel casofossimo andatial governo,ma la primain assoluto è loius soli. È contrario a quello che pensa l’80 per cento degliitaliani? Nonme nefrega assolutamente niente». È esattamente questa l’epigrafe scolpita a lettere di fuoco in calceal palinsestodel nuovo potere: chissenefrega della volontà popolare, della sensibilità diffusa fra gli elettori, deglieffetti collaterali socialmente incendiari provocati da un umanitarismomilitante che potrebbe perfino derivare dalle migliori intenzioni, salvo ritorcersi contro l’interesse di ognuno. Èappenail caso di ricordare che, oggi, chi è nato in Italia al compimento dei 18 anni può già diventare cittadino se dimostra la residenza legale ininterrotta dalla nascita. Malgrado le restrizioni introdotte dai decreti sicurezza di Matteo Salvini (l’ex ministro dell’Interno ha sancito il diritto di revoca della cittadinanzain caso digravissimi reati), l’Italia continua a essere una nazione ospitale che tende a proteggersi dall’immigrazione clandestina ma provvede a regolari, gigantesche regolarizzazioni. E in questo senso si è distinto proprio quel centrodestra che figura sempre sul banco degli accusati (l’accusaèovviamente quella di razzismo): nel 2002, all’entrata in vigore dellaleggeBossi-Fini che prevedeva il reato d’immigrazione clandestina,l’Italia ha datocittadinanza a 647 mila immigrati, la sanatoria più ampiamai realizzata in Europa. Da lì in poi, altre sanatorie sono seguite sotto la dicitura di “decreto flussi”: il terzo governo Berlusconi,nel 2006, ha regolarizzatoaltri 170milalavoratori stranieri; il quarto governo Berlusconi, nel 2009, altri 300 mila immigrati e il successivo esecutivo tecnico di Mario Monti l’ha imitato prontamente conaltre 99mila posizioni sanate. Il tutto conannessi ricongiungimenti e assegni sociali. BATTAGLIA IDEOLOGICA Tantobasterebbe per comprendere che ci troviamo di fronte a una battaglia per lo più ideologica, ed è la cosa peggiore: Salvini ha governato il fenomeno migratorio in nome della paura d’un flusso di stranieriforse sopportabilein astrattoma difatto gestito in modo squinternato, con pesantissime ricadute sull’ordine pubblico,il decoro urbano e la legalità nel sistema dell’accoglienza. I nemici che l’hanno spodestato (con il suo contributo decisivo) adesso replicanolo schema capovolgendolo: brandisconola paura della xenofobia e oppongono a un inesistente razzismo la necessità di radicare a forza una pedagogia sociale ingegneristica. Il sospetto che vogliano costituire un corpo elettorale alternativo a quello dei nativi è probabilmente eccessivo, così come il retropensiero di una connivenza con le grandi imprese che puntano su un esercito di manodopera semischiavile permantenere rasoterrail livello dei salari. Ma in assenza di una grande, capillare consultazione del popolo, ogni timore acquisisce cittadinanza.