Con la fiducia al governo Conte bis si chiude una delle pagine più tristi della politica e siamo consci che il libro di questa legislatura ce ne riserverà molte altre. Il dibattito in Parlamento è ruotato attorno al regolamento di conti verbale tra Giuseppe Conte e Matteo Salvini, spalleggiato dai suoi, qualcosa di simile alle liti che scoppiano tra ex coniugi e rispettivi parenti-testimoni nell’aula del tribunale al momento del divorzio. Parole tipo «taci tu che da un anno hai l’amante, sei un porco», «ma che dici, sei una mantenuta e pure frigida, e dire che ti amavo» e via dicendo. Poi c’è stata l’esibizione di magliette con stampate scritte provocatorie-umoristiche tipo Gene Gnocchi a Di Martedì e infine i cori da stadio con insulti e sberleffi alla squadra rivale. Praticamente si è visto di tutto, tranne che un po’ di sana politica. Questa due giorni di dibattito è stata l’immagine plastica che non abbiamo una classe dirigente, ma siamo nelle mani di un manipolo di opportunisti e voltagabbana, per di più – salvo rare eccezioni – di basso livello. Gli italiani, quelli che per qualche misterioso motivo hanno seguito i lavori, non hanno capito che diavolo è successo e che cosa succederà d’ora in avanti. I discorsi di Conte verranno ricordati per la loro lunghezza e noiosità, non certo per contenuti e slancio ideale. Per lo più si è trattato di un elenco di buone intenzioni da professorino universitario. Di priorità, tempi e coperture economiche – elementi che fanno la differenza tra fare un discorso e fare politica – non c’è stata traccia. Paradossalmente i più sottotono sono stati i Cinque Stelle, vincitori formali di questa disfida. Probabilmente sanno di averla fatta grossa, sanno che da oggi i grillini sono ufficialmente casta e sistema, che uno non vale più uno e che l’onestà è barattabile, visto che il Pd non si può certo definire un partito immacolato. Una riedizione del montanelliano «turiamoci il naso e votiamo Dc», solo che questa volta non è per salvare il Paese dal comunismo, ma lo stipendio, loro e dei comunisti. Un segno dei tempi che cambiano.