Luigi Di Maio prova a rilanciare la sua leadership, ci mette la faccia e, anche per evitare che in sua assenza degeneri, partecipa a un’assemblea dei senatori. La macchina delle rimostranzeèormai avviata e somma risentimenti personali, ambizioni politiche eitimori per un partito reso più fragile dal repentino cambio di casacca a livello nazionale e da sondaggi a picco. Ma il leader non ha nessuna intenzione di mollare e ha deciso che il suo Movimento non si appiattirà sul Pd. Atteggiamento che provoca l’ennesima frizione, questa volta sulla Rai, dove il partito di Nicola Zingaretti si sente tagliato fuori. Stefano Patuanelli, ministro dello Sviluppo, pare che non abbia alcuna intenzione di assegnare la delega del servizio pubblico al suo vice, il dem Giampaolo Manzella. Anche se al ministero spiegano: «Nulla è stato ancora deciso». Il Pd denuncia la violazione degli accordi. «Inaccettabile — dicono al Nazareno—Il cda è in mano a 5 Stelle e Lega e noi non possiamo restare fuori dal servizio pubblico». Il tutto con una serie di nuove nomine alle direzioni in arrivo. Ma è sul fronte interno che Di Maio si trova in difficoltà. All’assemblea dice: «Questo governo deve andare avanti, non solo per la salute del Paese ma anche per il bene del Movimento che deve realizzare un programma ambizioso». Non fanno tanto paura alcuni «vecchi» big e ministri tagliati fuori dal potere. I vertici temono soprattutto i giovani peones, che non hanno alcun timore reverenziale del capo politico. Di Maio segue con attenzione l’andamento dell’assurdo stallo che paralizza la nomina del nuovo capogruppo alla Camera. Quel che non gli sfugge è che nessuno osa richiamarsi a lui, perché rischierebbe di trovarsi il gruppo contro. Un segnale chiaro del fatto che Di Maio non controlla più i gruppi. In più deve subire l’ostilità esplicita di Alessandro Di Battista, unico ad avere un effetto diretto sul popolo dei 5 Stelle. Insieme a Beppe Grillo, aperto fautore dell’alleanza con il Pd e sempre più insofferente al capo politico. Per ora è proprio il fondatore l’unico soggetto autorizzato a scalzare Di Maio. Nella direzione di un cambio delle regole vanno le manovre in corso alla Camera e in Senato. A Palazzo Madama, ieri , dopo i soliti annunci di fiamme e rivolte, molti si son trasformati in agnellini. Emanuele Dessì ha chiesto una modifica al regolamento del gruppo per far sì che l’assemblea sia deliberante e che possa incidere nella costruzione dell’indirizzo politico. In sostanza, mentre ora la linea politicaèdettata da Di Maio e dai due capogruppo, si vuole far sì che le assemblee concorrano all’indirizzo. «Serve una fase costituente—dice Dessì — C’è un lavoro immane da fare, dobbiamo mettere in piedi gruppi di lavoro. Perché, sarebbe ipocrita non ammetterlo, siamo finiti nell’angolo. Abbiamo perso la spinta propulsiva e i cittadini non ci capiscono più». In scia c’è il collega della Camera Giorgio Trizzino che in un documento chiede «un congresso e la fine dell’accentramento dei poteri: serve una visione collegiale». Stefano Patuanelli ammette che il Movimento è «eterogeneo»: «Non c’è un’ideologia politica che accomuna tutti». E non c’è neanche la stessa visione sulle prossime Regionali. Dessì, per esempio, spiega: «L’alleanza in Umbria è stata frettolosa, ma non dimostra nulla. In Emilia dobbiamo capire che se è fondamentale per il Pd, non è che noi possiamo fingere che riguardi solo loro». E anche in Calabria si discute. Molti sono contrari, non così il deputato Riccardo Tucci, che si dice favorevole a un accordo coi dem: «Dobbiamo dialogare con un Pd profondamente rinnovato che riesca a mettere da parte i vecchi capibastone».