L’Italia ha ottenuto per Paolo Gentiloni il portafoglio degli affari economici. Un obiettivo per il quale si era battuta con determinazione. Ma é una vera vittoria? La risposta dipende in realtà dal confronto tra le motivazioni dell’ex premier, che ha fortemente voluto l’incarico, e quelle della presidente Ursula von der Leyen che glielo ha concesso. Motivazioni solo in parte coincidenti.
Gentiloni è arrivato a Bruxelles forte di un curriculum di altissimo livello e accompagnato dal sollievo europeo per lo scampato pericolo di un commissario leghista: avrebbe potuto chiedere, e probabilmente ottenere, qualsiasi poltrona. Ha scelto quella agli affari economici, che ha il compito di sorvegliare le politiche di bilancio degli Stati membri. Da molti anni, ormai, questo significa cercare di sbrogliare il nodo italiano, o quantomeno tenere a bada le pressioni del governo di Roma per allargare i cordoni della spesa e il livello del deficit pubblico.
Ma Gentiloni sarebbe un ingenuo se pensasse di utilizzare quella poltrona per incoraggiare le tendenze spendaccione della politica italiana. Se ha voluto quella carica con tanta determinazione è perché ottenerla significava dimostrare al mondo che l’Europa, e i mercati, hanno ritrovato la fiducia nell’Italia post-Salvini, e considerano il Pd un partito affidabile per condurre politiche di bilancio responsabili. Poiché in economia, in politica, e soprattutto in Europa la fiducia e l’immagine contano moltissimo, questa parte della scommessa dell’ex premier può considerarsi vinta.
Molto più difficile sarà portare a compimento la seconda parte della sua missione, cioè favorire una revisione del Patto di stabilità in senso espansivo, obiettivo che è nel programma del governo Conte, del Pd, e anche negli auspici del presidente della Repubblica. E la prima difficoltà, in questo caso, sta nel fatto che al di sopra di Gentiloni la von der Leyen ha messo il vicepresidente Valdis Dombrovskis, esponente del Nord Europa iper-rigorista, con competenze esecutive sulle politiche economiche e finanziarie della Ue. Parlare di allentamento dei vincoli di bilancio, o magari addirittura di eurobond, davanti a Dombrovskis, è come agitare un panno rosso davanti a un toro: non conviene.
Proprio questo spiega le motivazioni che hanno indotto von der Leyen ad accettare Gentiloni come commissario all’economia. L’Europa, e la stessa Germania, avranno bisogno nei prossimi anni di politiche espansive che sostengano la crescita. La presidente tedesca della Commissione si è ripetutamente detta favorevole a questa linea. Mettendo Gentiloni nel ruolo di responsabile dell’economia potrà contare su una personalità autorevole che spingerà in questo senso. Prendendo Dombrovskis come vicepresidente responsabile dell’euro, avrà qualcuno pronto a frenare gli entusiasmi dell’italiano.
Il risultato è che sarà proprio la presidente von der Leyen a diventare l’arbitro di questa partita e a decidere come, e fino a che punto, allargare le maglie della disciplina di bilancio per sostenere la crescita. E sarà ancora lei a pilotare qualsiasi riflessione sulla revisione del Patto di stabilità, una volta che Berlino e Parigi avranno trovato il punto di mediazione in materia.
Quello che è certo, invece, è che ponendo Gentiloni a guardia dei conti pubblici europei, la von der Leyen ha dato uno scacco preventivo ad ogni tentazione del governo italiano, e in particolare del M5S, di ingaggiare un braccio di ferro sulla spesa pubblica con Bruxelles, come hanno fatto ripetutamente in passato Salvini e Di Maio. Se vorrà cercare di avere voce in capitolo nella revisione delle regole finanziarie della Ue, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri dovrà infatti dimostrare che l’Italia ha davvero imboccato la via della serietà di bilancio. Solo riconquistando la fiducia degli altri europei potremo infatti indurli ad ammorbidire regole contabili che sono state concepite e indurite proprio per cercare di tenere sotto controllo l’Italia spendacciona e il suo mostruoso debito pubblico. Von der Leyen, dunque, ha già vinto la sua scommessa. Gualtieri e Gentiloni non ancora.
Con il delicato compito al presidente Pd, von der Leyen vuole frenare le tentazioni di Roma di ingaggiare un braccio di ferro sulla spesa pubblica con Bruxelles