Il blitz da circa 35 miliardi della Borsa di Hong Kong per papparsi quella di Londra (che ha in pancia Piazza Affari, e a luglio offrì a sua volta 27 miliardi per papparsi l’ex ramo dati di Thomson Reuters) ricalca la vignetta in cui il pesce grosso mangia il pesce medio che sta per mangiare il pesce piccolo. Una mossa inattesa, ma non imprevedibile sullo scacchiere di un settore già reso dalla globalizzazione il più consolidato al mondo. Ma in tempi di deglobalizzazione, con Brexit alle porte e la Cina tetro rivale dell’Occidente, la giocata di ieri può produrre ogni risultato. Con possibili sorprese anche in Italia, dove il dossier è seguito con qualche apprensione perché nel 2007, per 1,6 miliardi, la City comprò con Borsa spa anche Mts, prima piattaforma di scambi del debito del Tesoro. Poiché l’offerta della società mercato di Hong Kong a Lse è per tre quarti in carta, sarà centrale vedere la reazione del titolo Hkex, ieri già chiuso all’annuncio. Più scende più la scalata si complica, mentre per Lse, ai massimi storici con il +6% di ieri, un premio del 23% sui prezzi potrebbe non bastare; specie la precondizione posta dall’Asia (di cancellare l’offerta per Refinitiv), sgonfiasse il galoppo del titolo Lse da luglio. Analisti e osservatori convenivano sul fatto che l’offerta di Hkex (di cui lo Stato dell’ex colonia britannica è primo socio) ha forte valenza industriale, per la capacità di unire i mercati d’Europa e Asia, e la forte complementarietà geografica. Per Marco Mazzucchelli, consulente di Bain & Company ed ex membro del cda di Lse, sarà difficile per gli azionisti della City (tutti privati, dal fondo sovrano del Qatar al 10% a tre fondi anglosassoni sopra il 5%) respingere un’offerta che «crea un polo che consoliderebbe Londra come la vera alternativa a New York, perché consentirebbe di negoziare titoli asiatici in continuità di fuso orario, coprendo 16 ore di scambi lasciando a Wall Street l’ultimo terzo». Un modo per evitare la marginalizzazione dell’Europa azionaria, benché sotto insegne “cinesi”. Ma la teoria economica può scontrarsi con la volontà politica, che a Londra peraltro vive momenti convulsi. Non è chiaro quali siano le misure che il governo possa opporre all’offerta, in un Paese storicamente liberista: ma che pure vorrebbe far della City l’araldo di una Gran Bretagna non più europea ma globale. Già la fusione tra le Borse di Londra e Francoforte, fino a due anni fa, s’è arenata più volte su veti politici e di antitrust. Poi c’è il caso di Piazza Affari. Che una volta era delle banche italiane, poi entrate in forze in Lse prima di vendere la gallina dalle uova d’oro. No comment dall’ad Raffaele Jerusalmi e dal presidente Andrea Sironi, che sono anche nel cda del gruppo. Ma tra hard Brexit e padroni cinesi qualche rischio per gli interessi strategici italiani potrebbe pure darsi. «Nel momento in cui cambia l’azionista o cambiano le regole che disciplinano i flussi informativi tra Paesi, l’Italia deve essere coinvolta, anche se non ha voce in capitolo sul fronte azionario — dice Gianluca Garbi, ad di Banca Sistema e dal 1998 al 2007 ad del gruppo Mts — . Non siamo un satellite supino e senza armi: esiste un interesse pubblico in tutti i mercati regolamentati, tanto che il Testo unico della finanza prevede il commissariamento qualora ci siano interessi nazionali non tutelati». Spetta a Consob chiederlo al Tesoro sul lato Borsa, e a Bankitalia riguardo a Mts.