Dal palco che chiude la festa del Movimento 5 stelle a Napoli, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio chiede un applauso per Hevrin Khalaf, l’attivista del partito del futuro siriano uccisa nell’offensiva turca. «È un massacro inaccettabile – dice il capo politico M5S – non vengano a dirci che lo fanno per combattere il terrorismo, tutte le guerre di questi anni lo hanno fatto aumentare». «Fermateli!», urla un attivista in fondo al prato. Di Maio promette. Annuncia che oggi, a Lussemburgo – prima del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione – avrà un bilaterale col suo omologo francese Jean-Yves Le Drian per chiedere uno stop europeo della vendita di armi alla Turchia. «Saremo categorici», giura il capo della Farnesina, ma c’è una cosa che il governo italiano poteva fare sin da ora, e non ha fatto. Un atto per interrompere subito le nuove autorizzazione di esportazioni di armi verso il Paese che Recep Erdogan ha scagliato contro una minoranza etnica per annientarla. Liberando, al contempo, centinaia di miliziani dell’Isis che i curdi avevano catturato. La settimana scorsa, Francia, Germania, Olanda, Norvegia e Finlandia hanno preso decisioni di questo tipo. Per dare un segnale, mettersi in prima linea contro il governo turco, far sentire forte il loro no. Sabato stava per farlo anche l’Italia. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha sentito più volte, su questo, sia Di Maio che il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, del Pd. Ma la nota che doveva scaturire da quei colloqui è stata bloccata. Insieme, i tre responsabili della politica estera e di difesa del nostro Paese hanno deciso di non proseguire con azioni unilaterali, ma di cercare un’azione coordinata dell’Europa. Le due cose non si escluderebbero, tanto che – appunto – è proprio con la Francia che Di Maio lavorerà già da stamattina per un bando europeo. Ma qualcosa ha spinto a frenare. C’è una nuova prudenza nelle parole degli esponenti di governo perché – secondo quanto spiegano dentro ai ministeri e a Palazzo Chigi – sono molti i fattori da considerare. Il primo: non si può essere europeisti a corrente alternata, o l’Europa è in grado di proporre un’azione coordinata davanti a crisi di tale natura oppure non ha senso. Il secondo: interrompere la vendita delle armi prevista nei contratti già in essere è una procedura complicata. Altro è fermare le nuove autorizzazioni (il governo intende farlo se, come si teme, a Lussemburgo e poi a Bruxelles mercoledì, durante il vertice dei leader, non si troverà un’intesa). Terzo fattore: un bando unilaterale concederebbe dei vantaggi ai concorrenti italiani in quanto a export di armi. Le commesse al nostro Paese dalla Turchia sono già diminuite drasticamente dal 2018 – che contava 70 autorizzazioni per oltre 362 milioni di euro – al 2019: al 30 settembre sono in atto 57 autorizzazioni per poco più di 49 milioni di euro. Negli ultimi anni le importazioni di armi sono passate dall’80 al 35 per cento. C’è insomma nell’aria un principio di “realismo” che non collima affatto con le parole dure della politica. Sembra quasi che il nostro Paese abbia bisogno di un ombrello europeo sotto al quale ripararsi, nei confronti della Turchia, visti anche gli interessi strategici: dalla questione libica ai profughi passando per le trivellazioni a Cipro, una gara vinta da Eni e Total ma messa a rischio proprio dai turchi che hanno cominciato a trivellare senza permesso. Una nota di Palazzo Chigi ha quindi spiegato che «il governo italiano è al lavoro affinché l’opzione della moratoria nella vendita di armi alla Turchia sia deliberata in sede europea quanto prima» e che «l’Italia promuoverà quest’iniziativa in tutte le sedi multilaterali e si adopererà per contrastare l’azione militare turca in Siria con ogni strumento consentito dal diritto internazionale». Perché, spiegano fonti vicine al premier, «non è una gara a chi arriva prima. Serve un’azione coordinata per fermare la guerra, non seguire la Germania in azioni unilaterali». Nel frattempo, al ministero degli Esteri, l’ufficio licenze per l’esportazione di armi può continuare a trattare anche con Ankara.