Luigi Di Maio non può più tornare indietro: in cerca dei voti perduti, il capo politico M5S è costretto a difendere la “rivolta” dei parlamentari 5stelle che ha portato alla cancellazione dello scudo penale per gli amministratori Ilva. E quindi, il ministro allo Sviluppo Stefano Patuanelli assicura che l’immunità non tornerà. Il Pd fa da sponda, immobile, spettatore di una vicenda in cui non ha fatto altro che affidarsi alle parole dell’alleato. Mentre Matteo Renzi è già al lavoro per un’alternativa: una sorta di replica della cordata che, ai tempi del governo Gentiloni, aveva perso la gara contro Arcelor Mittal. Con dentro Sajjan Jindal, già proprietario delle ex acciaierie Lucchini di Piombino (nel cda c’è l’amico fraterno del leader di Italia Viva Marco Carrai), il gruppo Arvedi di Cremona e Cassa depositi e prestiti. Così, sull’Ilva di Taranto, il governo gioca partite diverse. E ancora una volta non le gioca in squadra. Mentre da fuori il leader della Lega Matteo Salvini si erge a unico difensore di 15mila lavoratori. «Mi creda, la prego, mi creda: non si può andare a Taranto e parlare di reinserire lo scudo penale per i proprietari dell’Ilva. Sarebbe uno schiaffo a una città che non lo merita», dice l’ex ministra del Sud Barbara Lezzi: prima firmataria e prima sostenitrice dell’emendamento al decreto imprese che il 22 ottobre ha cancellato l’immunità per i gestori della più grande acciaieria d’Europa. Uno scudo a tempo, condizionato allo svolgimento delle bonifiche, ma pur sempre uno scudo che Di Maio aveva reinserito dopo che pochi mesi prima ne aveva tolto uno analogo, con il decreto legge crescita, in piena campagna elettorale per le europee. L’allora ministro dello Sviluppo lo aveva rivendicato proprio a Taranto, il 28 aprile aprile, davanti a madri di ragazzi morti di tumore che si rifiutavano di stringergli la mano e associazioni ambientaliste che gli rinfacciavano la «pubblicità ingannevole» dell’anno precedente, quando aveva difeso la cessione a Mittal parlando di riduzioni delle emissioni inquinanti del 20% con la nuova Ilva («Mi guardi, ministro, mi guardi», gli aveva ripetuto il fondatore di Peacelink Alessandro Marescotti quel giorno, con in mano dati che mostravano un aumento del 92% delle polveri cancerogene, senza che Di Maio riuscisse ad alzare lo sguardo). «Taranto aspetta da anni una soluzione definitiva, senza che nessuno sia stato in grado di fornirla. Neanche noi», dice oggi Lezzi. E sta tutto nelle sue parole il grande irrisolto del Movimento 5 stelle. L’impossibilità – com’è stato per la Tav, per la Tap, ma su una vicenda ancora più dolorosa e difficile – di far coincidere promesse roboanti e necessità di governo. Con quell’emendamento, che voleva prendere di mira il capo politico M5S e uno dei suoi tanti compromessi, due settimane fa l’ex ministra è riuscita a portarsi dietro tanti senatori da mettere a rischio l’approvazione del decreto imprese anche con la fiducia. «Piuttosto andiamo tutti a casa», avevano urlato i grillini in una delle riunioni infinite che hanno segnato la svolta: la capitolazione di Patuanelli, prima. Poi del ministro ai Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà. Infine del Pd e di Italia Viva (Leu era già d’accordo): stralciamo lo scudo, vada come vada, era stata questa la decisione unanime che ora Carlo Calenda rinfaccia a tutto il governo. Con parole davanti alle quali Renzi si dice «amareggiato», attribuendo la colpa di quanto accaduto al primo governo Conte e a una sorta di “trappola” tesa da Mittal, che sullo scudo penale è stata volutamente ambigua. Un’idea condivisa anche dal Pd, che con il capogruppo al Senato Marcucci punta il dito sull’esecutivo gialloverde. Mentre i ministri dem ripetono: «Patuanelli in cdm ci aveva assicurato che non ci sarebbero state conseguenze sull’impegno di Mittal. Gliel’abbiamo chiesto tutti».Aveva anche detto «Non ho la sfera di cristallo», il responsabile allo Sviluppo. I vertici del governo sapevano cosa sarebbe accaduto: non tanto per lo scudo quanto per i 2 milioni di perdite al giorno della fabbrica di Taranto. Per i problemi di sicurezza dell’Altoforno numero due. Per un’obsolescenza alla quale si rimedia solo con «investimenti giganteschi», così dice ancora Lezzi. Che ricorda quando, a giugno 2018, Beppe Grillo immaginava per l’Ilva una totale riconversione, un parco sul modello di quanto fatto nel bacino della Ruhr in Germania. «Sono opinioni personali», lo aveva subito sconfessato Di Maio. Imponendo la svolta, abbandonando le promesse della campagna elettorale (chiusura programmata e riconversione) e portando avanti la trattativa già cominciata da Calenda, che fino a pochi giorni prima aveva tentato di invalidare. Quella e altre svolte hanno segnato per i 5 stelle la fine dell’incantesimo che aveva consentito loro di ottenere, a Taranto, il 50% alle politiche. Ed è per questo che i vertici M5S non hanno potuto che subire l’insurrezione parlamentare. Hanno già perso troppo per non tentare un tardivo, disperato, ritorno alle origini.