«Adesso siamo in tre», dice Giuseppe Conte a Nicola Zingaretti. Adesso dobbiamo fare i conti anche con Matteo Renzi, sembra dire il presidente del Consiglio al segretario pd nella telefonata in cui, ieri, hanno cercato di capire come arginare le fibrillazioni che vedono arrivare. Come fermare l’onda d’urto di una scissione tra i dem che non può che ripercuotersi sul governo. Perché l’ex premier e il suo nuovo partito cercheranno visibilità, è il ragionamento, e non potranno che trovarla cercando di interferire con le decisioni dell’esecutivo. «È un disastro», sbotta un ministro, rivelando quel che Conte non vuole dire ufficialmente, ma sa: il fragile equilibrio trovato tra le due componenti dell’esecutivo giallo-rosso è svanito per sempre. Ci sarà un terzo incomodo, su ogni cosa, e questo rischia di far saltare tutto. Rafforzando Salvini, invece di indebolirlo. «Dovevate dirmelo prima — ha detto Conte al segretario pd — quando ero presidente incaricato, quando ancora potevo fare qualcosa». È lo stesso ragionamento fatto la sera prima al telefono con Renzi, cui ha intenzionalmente dato del lei per tutto il tempo: «Dovevo saperlo quando gli equilibri non erano già stabiliti, che senso ha agire dopo che il governo ha giurato?». Ma se il premier pensava di poter offrire qualcosa di più ai renziani del Pd, e fermare uno scisma che era nella testa dell’ex segretario da mesi, dalla risposta del senatore di Firenze ha subito capito che il punto non era quello. Che non si tratta di qualche casella, ma di un peso specifico ben maggiore: numeri decisivi al Senato, dove tutto finisce sempre per ballare. Una Camera certo più litigiosa, nonostante il leader della nuova “Italia viva” abbia assicurato che il programma non si tocca e che il suo intento non è far cadere il governo. Non ne avrebbe alcun giovamento. Non tutto, però, accade per intenzione. Non tutto si può controllare, soprattutto in un’alleanza nata da chi per anni non ha fatto che odiarsi. I ministri Pd e M5S sono stati redarguiti e invitati a non provocarsi. La tregua stava reggendo. Cosa accadrà adesso? Cosa dirà il probabile neo capogruppo renziano Luigi Marattin alla prima riunione di maggioranza sulla manovra finanziaria? Come interpreterà il suo ruolo Ivan Scalfarotto, che convive al ministero degli Esteri con Luigi Di Maio? Conte, ieri pomeriggio, è salito al Quirinale a parlare con Sergio Mattarella. Un incontro sull’ordinaria amministrazione, oggi ci sono due vertici importanti, con il libico Al-Serraji a mezzogiono, poi a cena con il presidente francese Emmanuel Macron. I consigli del presidente della Repubblica sono fondamentali, anche se, ufficialmente, non si sarebbero estesi alla nuova composizione dei gruppi in Parlamento. Il vertice di maggioranza che si voleva convocare in tutta fretta viene rinviato. Il tentativo di tutti è far finta che non ci sia nulla da temere. Ma dura poco. Le chat dei parlamentari M5S ribollono. Gli scettici riguardo all’intesa col Pd rivendicano: «L’avevamo detto che non c’era da fidarsi». «Io al tavolo con Renzi non mi siedo, di lui non mi fido», aveva detto il leader M5S all’inizio della trattativa. Di Maio lo aveva ripetuto in assemblea, perché avesse ancora più forza. Per spingere il Pd a parlare solo attraverso il segretario Zingaretti e i suoi emissari. Il suo sospetto, già allora, era che sarebbe successo questo. Che l’ex premier si sarebbe staccato per avere un potere di interdizione maggiore di quello concesso dalla lotta tra correnti pd. «Chi di noi non se l’aspettava? — ha chiesto ai fedelissimi, prima dell’assemblea congiunta — pensavamo sarebbe successo alla Leopolda, tra un mese, ma non cambia molto. Adesso quello che dobbiamo fare è riversare il problema sul tavolo del Pd. È il loro peso specifico che viene intaccato, non il nostro. Saranno loro a perdere quote di governo, non noi». Questa la strategia. Almeno finché non si capirà come tutto questo si tradurrà in Consiglio dei ministri e in Parlamento. «Volete sapere cosa gli ho detto quando mi ha chiamato? – continua il leader M5S – che di Matteo che rompeva le palle ce n’era già uno!». Di Maio teme, più di ogni altra cosa, la battaglia di logoramento già subita con il leghista. Anche perché, il ruolo di chi pressa e pone condizioni, con i vertici paralleli alla Farnesina, con le continue foto della sua squadra, mai mescolata a quella del Pd, stava cercando di ritagliarselo lui: «Dobbiamo calendarizzare il taglio dei parlamentari entro la prima metà di ottobre», ha detto ancora ieri, sospettando che il Pd voglia fare “melina”. Da lontano, Beppe Grillo ha semplicemente invitato alla calma, A non lasciarsi intimorire dal “colpo di testa” di Renzi. Nel farlo, però, ha ancora una volta incoronato Conte come l’anti-Salvini: l’unico oppositore dell’ex ministro dell’Interno nel Paese. «Adesso siamo in tre», ha detto il premier a Zingaretti. Il posto a tavola per Luigi Di Maio, è già dimenticato.