Antonello Guerrera

«C’è Sally Bercow, in galleria! ». Quando a Westminster, alle 15.30, si diffonde la voce sulla moglie dello speaker della Camera dei Comuni, tutti i giornalisti si precipitano in aula. Sta per accadere qualcosa. Eccola, Sally Bercow nata Illman, lunghi capelli biondi sul giacchetto bianco, pantaloni e borsetta neri. Sally, colei che avrebbe cambiato per sempre il suo John, l’esilarante John Bercow, che dopo il matrimonio nel 2002 e tre figli insieme è diventato più liberal, tollerante e persino più simpatico, dopo un’adolescenza nell’estrema destra.
L’eccezionale presenza di Sally e dei suoi occhi presto lucidi anticipa il clamoroso annuncio di Bercow, 56 anni e l’amata cravatta sgargiante sotto la toga. L’inimitabile retorica, da pub ma teatrale, che miscela Shakespeare e i Monty Python, è la stessa. L’arruffata zazzera argentea pure. Ma stavolta «ho deciso di lasciare, al più tardi il 31 ottobre di quest’anno. È arrivato il momento, l’ho promesso alla mia famiglia».
Bercow dà un’occhiata a Sally. Si commuove, la sua adorabile voce cavernicola, quella che pontifica i celeberrimi “orrdeeeeerr!”, “ordine!”, si incrina: «È stato il più grande onore della mia vita presiedere la Camera per dieci anni. Sono fiero di voi deputati». Di qui l’elegia del Parlamento, sua unica stella polare come ha spiegato in una recente intervista a Repubblica , difeso strenuamente da Bercow negli anni e oggi sotto la travolgente furia popolana dei brexiter e della “vittoria mutilata” del referendum del 2016: «È l’istituzione della nostra democrazia», ammonisce Bercow mentre si asciuga gli occhi, «se degradiamo il Parlamento, siamo tutti, tutti in pericolo ». Un’onda di applausi scroscianti si gonfia dai banchi dell’opposizione e dei laburisti di Jeremy Corbyn («lei è stato uno speaker supremo, grazie!»), Sally batte le mani tra lacrime fiere, mentre è gelo dalle panche di governo e partito conservatore. Quasi tutti rimangono seduti, masticano rabbia e rancore: da giorni pregustavano anche la purga di Bercow, spodestandolo dal suo seggio di Buckingham. Volevano cacciarlo, umiliarlo. Ma Mr Speaker li ha bruciati sul tempo.
È controversa l’eredità di Bercow, idolo in Europa, ma spesso detestato in patria. Riformatore a Westminster (sua la cravatta facoltativa) ma con l’ombra delle accuse di bullismo e sessismo. Figura in teoria imparziale ma accusato dai tory di favorire gli europeisti, dopo l’adesivo “fanculo la Brexit” sulla macchina della moglie, l’affondamento dell’accordo May con l’Ue dopo aver riesumato un bizzarro precedente di due secoli prima e il recente aiutino dato a Corbyn & Co. per approvare la legge anti No Deal, la pericolosa Brexit senza accordo con l’Ue, che ha legato le mani a Boris Johnson. Ieri il premier ha racimolato altri due fallimenti: un inconcludente summit col premier irlandese Varadkar e l’ennesimo veto delle opposizioni alle agognate elezioni anticipate.
Le dimissioni di Bercow non potevano essere più simboliche, nel giorno dell’effettiva e controversa sospensione del Parlamento (ieri notte) di cinque settimane decisa da Johnson per imbavagliare – inutilmente – le opposizioni sulla Brexit. Non solo: Mr Speaker se ne andrà il 31 ottobre, ad Halloween, quando il Regno Unito potrebbe dire addio all’Europa nel più catastrofico dei modi, se Bercow mai lo permetterà. Comunque la si pensi su di lui, Mr Speaker lascerà un vuoto enorme. E Londra perderà un’altra delle poche certezze rimaste.