La nostra missione, al New York Times, è cercare la verità e aiutare le persone a comprendere il mondo. Questa missione assume molte forme, dalle inchieste sugli abusi sessuali che hanno contribuito a scatenare il movimento #MeToo a livello mondiale ai reportage di esperti che rivelano come la tecnologia stia rimodellando ogni sfaccettatura della vita moderna. Ogni anno inviamo reporter sul campo in più di 160 paesi. Sono incarichi che comportano rischi considerevoli: negli ultimi anni i miei colleghi hanno riportato lesioni a causa di mine antiuomo, autobombe e incidenti di elicottero, hanno subìto pestaggi da bande criminali, sono stati sequestrati da gruppi terroristici e incarcerati da governi repressivi. Però, c’è stato un cambiamento drammatico: in tutto il mondo si è scatenata una campagna incessante contro i giornalisti, per il loro ruolo di garanti di una società libera e informata. Per impedire ai giornalisti di portare alla luce verità scomode e costringere il potere a rendere conto delle sue azioni, un numero sempre maggiore di governi mette in atto misure esplicite, in certi casi violente, per screditare il loro lavoro e ridurli al silenzio attraverso l’intimidazione. Siamo di fronte a un’aggressione contro il diritto dei cittadini di sapere, un’aggressione contro i valori fondamentali della democrazia. E la cosa forse più inquietante è che i semi di questa campagna vengono piantati proprio qui, negli Stati Uniti, in un Paese che per molto tempo è andato orgoglioso del suo ruolo di difensore più accanito della libertà di espressione e di stampa. Voglio cominciare ribadendo l’ovvio: i media non sono perfetti. Commettiamo errori. Ma la stampa libera è un elemento fondante di una democrazia sana, e probabilmente lo strumento più importante che abbiamo in quanto cittadini. Dà più potere alla gente, perché fornisce l’informazione necessaria per eleggere i governanti e la vigilanza costante per garantire che si comportino onestamente. Ma deve fare i conti con una pressione ingente e crescente. Il modello d’impresa fondato sulla pubblicità, su cui si reggeva il giornalismo, è venuto meno, provocando la perdita di più della metà dei posti di lavoro. Google e Facebook sono diventati i distributori di notizie e informazioni più potenti nella storia dell’umanità, scatenando accidentalmente un’inondazione di disinformazione di proporzioni mai viste. Quello passato è stato l’anno più pericoloso che si ricordi per chi svolge il mestiere di giornalista, con decine di reporter uccisi, centinaia imprigionati e migliaia e migliaia oggetto di minacce e vessazioni. La differenza, oggi, è che queste brutali repressioni sono passivamente accettate e forse tacitamente incoraggiate dal presidente degli Stati Uniti. Da quando è entrato in carica, Trump ha twittato quasi 600 volte sulle fake news. I suoi bersagli più frequenti sono organi di informazione indipendenti che si impegnano al massimo per offrire un giornalismo imparziale e veritiero. Per essere assolutamente chiari, le critiche al New York Times e ad altri organi di informazione sono più che legittime. Ma ci sforziamo anche di prenderci la responsabilità dei nostri errori, di correggerli. Quando il presidente punta il dito contro le fake news, però, non sono gli errori effettivi quello che gli interessa: quello che cerca di fare è delegittimare le notizie reali. Così, quando il New York Times porta alla luce le pratiche finanziarie fraudolente della sua famiglia, quando il Wall Street Journal rivela che ha fatto pagare una pornostar perché mantenesse il silenzio, lui può evitare di rispondere del suo operato semplicemente liquidando le notizie come fake news. Ma attaccando i mezzi di informazione americani, Trump di fatto dà ai leader stranieri il permesso di fare lo stesso nei loro Paesi, anzi fornisce loro le parole per farlo. Io e i miei colleghi recentemente abbiamo fatto una ricerca sulla diffusione dell’espressione fake news: negli ultimi anni, più di 50 tra primi ministri, presidenti e altri leader di governo nei cinque continenti l’hanno usata per giustificare iniziative di diversi livelli di gravità contro la stampa. Il termine è stato usato dal primo ministro Orbán in Ungheria e dal presidente Erdogan in Turchia, che hanno imposto pesantissime sanzioni pecuniarie a organi di stampa indipendenti per costringerli a vendere a imprenditori fedeli al governo. In Myanmar la parola è usata per negare l’esistenza di un intero popolo, oggetto di violenze sistematiche che mirano a costringerlo a lasciare il Paese. «Non esistono i rohingya», ha detto al New York Times un leader del Myanmar. «È una fake news». La parola è stata usata per imprigionare giornalisti in Camerun, per mettere a tacere servizi che parlavano della corruzione in Malawi, per giustificare un blackout dei social media in Ciad, per impedire a organi di informazione stranieri di operare in Burundi. È stata usata da leader liberali, come il primo ministro irlandese Varadkar. È stata usata da leader di destra, come il presidente brasiliano Bolsonaro. I nostri corrispondenti esteri hanno sperimentato in prima persona la trasformazione dell’accusa di fake news in un’arma. L’anno scorso Hannah Beech, che copre il Sudest asiatico, era presente a un discorso del primo ministro cambogiano Hun Sen. In mezzo alle sue osservazioni, Hun Sen ha pronunciato un’unica frase in inglese: «Il New York Times». Ha detto che il New York Times è così fazioso che il presidente Trump gli ha dato il premio delle fake news e ha minacciato che se il nostro articolo non fosse stato conforme alla sua versione della verità ci sarebbero state conseguenze. Di fronte a questa pressione crescente, gli organi di informazione devono mantenersi fedeli ai valori del grande giornalismo — imparzialità, accuratezza, indipendenza — e al tempo stesso dobbiamo aprirci, in modo che i cittadini possano comprendere meglio il nostro lavoro e il suo ruolo nella società. Dobbiamo continuare ad andare dietro alle storie che contano, senza preoccuparci se siano un trending topic su Twitter. Non possiamo permetterci di farci adescare o acclamare per diventare l’opposizione di qualcuno o le cheerleader di qualcun altro. La nostra lealtà dev’essere verso i fatti, non verso un partito o un leader, e dobbiamo continuare a seguire la verità dovunque ci porti, senza paure o favori. L’autore è l’editore del New York Times © 2019 The New York Times Company Traduzione di Fabio Galimberti