«Il 7 agosto Salvini mi anticipò la volontà di interrompere l’esperienza di governo con il Movimento5Stelle» mi racconta Giuseppe Conte. «Voleva andare alle elezioni. Non aveva ancora preso una decisione definitiva, ma mi anticipò il suo orientamento. Fui io a suggerirgli di prendersi ventiquattr’ore di tempo e di rivederci l’indomani.» Lasciato Palazzo Chigi, Salvini andò a Sabaudia per un comizio. Rivendicò i risultati di un anno di governo, ma aggiunse: «Negli ultimi due o tre mesi qualcosa si è rotto. Abbiamo ricevuto troppi no. O riusciamo a fare le cose bene e velocemente o non sto a scaldare la poltrona». L’indomani Conte andò da Mattarella e poi rivide il suo inquieto vicepresidente del Consiglio. «Salvini venne nel tardo pomeriggio dell’8 agosto nel mio appartamento a Palazzo Chigi» mi racconta il premier. «Anche questo, come quello del giorno precedente, fu un colloquio tranquillo e cortese. Era il mio compleanno. Aprimmo una bottiglia di spumanteeoffrimmo pasticcini. Lo invitai a riflettere sui tempi della crisi. Una crisi di governo aperta in pieno agosto avrebbe avuto conseguenze gravi perl’intero Paese. Visto che forse non aveva valutatoidiversi passaggi istituzionali, gliriassunsi il prevedibile cronoprogramma di una crisi. Calendario alla mano, andando a votare il prima possibile, il nuovo governo non sarebbe stato operativo se non all’inizio di dicembre. Approvare la legge di bilancio in pochi giorni sarebbe stato impossibile. Salvini mi fece capire che stava pensando di correre da solo e, in caso di vittoria, avrebbe guidato un governo monocolore. «Tu sai quanto ho sudato con la legge di Bilancio precedente per evitare il procedimento d’infrazione», gli dissi “tirendi conto che dovresti affrontare da solo l’esercizio provvisorio di bilancio avendo sulle spalle 23 miliardi per non aumentare le aliquote Iva?”». E lui? «Era visibilmente preoccupato. Gli dissi che metteva in forte difficoltà il Movimento e Di Maio, ma era esattamente quanto gli suggerivano i suoi calcoli politici». Eppure, obietto, Salvini fu l’ultimo nella Lega a volere la crisi. «Io mi sono spiegato la sua decisione in questo modo: la Lega voleva espandersi, gli amministratori locali emergenti scalpitavano, tutti leggevano i sondaggi… Eppure, lui sapeva che un leader politico non può essere un ministro dell’Interno che fa la campagna elettorale solo sull’immigrazione. E poi c’era il problema se andare da solo o no. Immagino che, alla fine, abbia pensato che restare con il Movimento sarebbe stato meglio di un’alleanza con Fratelli d’Italia. Il suo tergiversare fino all’ultimo momento era dovuto anche alla consapevolezza di assumersi una responsabilità enorme». Ho la sensazione che in quei giorni le cancellerie europee la incoraggiassero a cambiare cavallo. «Il fatto che io abbia sempre cercato di avere un buon rapporto con gli altri capi di Statoedi governo non vuol dire che non fossi molto duro nel difendere gli interessi nazionali. Con loro non si è mai parlato della possibilità che io facessi un governo diverso. Quel che è successo era inaspettato per tutti. Forse chi non ama Salvini auspicava una soluzione diversa, ma da qui a parlare di una benedizione ce ne corre.» È tradizione che, quando un azionista decisivo della maggioranza di governo annuncia il ritiro della fiducia al presidente del Consiglio, questi vada a dimettersi. Conte non lo fece e mi spiega così la sua scelta: «Il 24 luglio dissi in Senato che, in caso di crisi politica, sarei sempre andato a riferire in Parlamento. Le crisi di governo non si risolvono con una telefonata. Bisogna portarle alle Camere. Salvini fraintese e disse che io andavo in Parlamento come a raccogliere funghetti in Trentino. L’indomani la mia risposta fu che non mi prestavo a giochi di palazzo e che era assolutamente fantasiosa l’ipotesi che io cercassi alle Camere maggioranze alternativeoche io volessi addirittura fondare un partito. Volevo, in realtà, semplicemente attenermi alle regole della democrazia parlamentare». All’uscita da Palazzo Chigi, il premier disse ai giornalisti: «Lasciamo stare questi giochetti da Prima Repubblica. Non togliamo alla politica la sua nobiltà».