Il 29 settembre 2019. È il giorno in cui viene a galla il primo asse tra Matteo Renzi e Luigi Di Maio. I due leader insieme mettono una zeppa sul cammino di Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri impegnati nella ardua stesura di una manovra da 30 miliardi. Sono le nove di sera. Da ore premier e ministro dell’Economia lavorano per strappare una benedizione da Bruxelles sul deficit che ci verrà concesso, numero magico per le sorti della finanziaria in via di scrittura. Un numero che dovrebbe attestarsi al 2,2%, per salire magari più in là fino al 2,3% durante la sessione di bilancio in Parlamento. Ma è il secondo nodo, collegato (in parte) al primo, il casus belli. L’Iva da sterilizzare per 23 miliardi di euro: i fondi scarseggiano, i tecnici le stanno studiano tutte, le simulazioni fioccano sui tavoli che contano. Come conferma il titolare di via XX Settembre, alcune aliquote Iva potrebbero essere rimodulate. Magari con ritocchi selettivi e anche limature ben calibrate. Ma ben sapendo la tempesta che si sta scatenando, Franceschini (d’intesa con Zingaretti) chiede a Conte di convocare un vertice con i capi delegazione dei partiti di maggioranza per mediare le diverse posizioni. «Non volete ritoccare l’Iva sui tartufi e abbassare quella sulle bollette? Proponete voi qualcosa, ma va siglato un patto blindato», è la posizione dei Dem. «Vogliono levare dalla manovra il taglio del cuneo e l’aumento dei salari da 5 miliardi che è una nostra battaglia, ecco la verità». La bordata del ministro degli Esteri arriva dagli studi di Giletti. «Senza voler minacciare nessuno, come il taglio dei parlamentari, se non aumenta l’Iva confermiamo il senso di questo governo» . Nessuna rimodulazione dunque? «L’ Iva non può aumentare, la minima, quella intermedia o le altre. Se vogliamo far pagare meno chi usa Poste Pay va bene, perché così recuperiamo evasione». Altolà al vertice da Conte Lo stop di Renzi e compagni va in onda per bocca di Ettore Rosato non appena partono le bordate delle azzurre Gelmini e Carfagna contro chi finanzia il reddito di cittadinanza facendo crescere l’Iva. «Siamo Italia Viva non Italia Iva. Non aumentarla è un impegno che spetta a tutti mantenere. Noi su questo non faremo sconti». L’altolà istituzionale si consuma in nottata nel vertice a Palazzo Chigi, dove Conte e Gualtieri si sentono rispondere «giammai» dalle due plenipotenziarie di Renzi e Di Maio sui terreni economici, il ministro Bellanova e il sottosegretario al Mef, Laura Castelli: spalleggiata dal sottosegretario alla Presidenza Riccardo Fraccaro. Ma la novità stavolta è che si crea di fatto il primo accordo di merito tra Renzi e Di Maio dopo anni di sciabolate reciproche. E su un tema sensibilissimo, come il fisco e l’innalzamento, se pur parziale e se pur contenuto, dell’Iva. Ritenuto da Renzi un’arma contro il governo caricata a pallettoni e consegnata nelle mani di Salvini. Un boomerang insomma. «Cosa altro dovremmo regalare a Salvini?», sospira un colonnello dell’ex premier. Renzi lo dice chiaro e tondo senza mezzi termini intervistato dal Foglio. «Il nostro obiettivo è questo, noi abbiamo fatto un partito No Tax. Oggi non comando più io. Ma quello che potremo fare per evitare l’aumento delle tasse lo faremo». Governo avvisato, mezzo salvato. Anche perché pur senza essersi sentiti, Renzi e Di Maio procedono di conserva. Se non fosse bastato lo stop intimato ieri al vertice con Gualtieri e Conte, arriverà oggi un secondo round in consiglio dei ministri convocato per approvare la cosiddetta “Nadef”: la nota di aggiornamento al Def, il documento con i dati macroeconomici che faranno da cornice alla legge di stabilità e che non conterrà le decisioni sull’Iva. Sarà lì che i grillini porranno la questione. Insieme ai ministri renziani, Bellanova in testa, sollevando una questione formale e sostanziale. «Perché la condizione costitutiva di questo esecutivo è proprio bloccare l’aumento dell’Iva. Punto». Braccio di ferro Pd-Italia Viva Del resto sottotraccia si consuma in queste ore una guerra intestina tra il leader di Italia Viva e Zingaretti. Renzi punta molto sul «family act», ovvero misure per la famiglia che costano un miliardo di euro e darà battaglia su questo. Zingaretti punta sul taglio delle tasse sul lavoro per aumentare i salari dei lavoratori, il taglio del cuneo fiscale che costerebbe 5 miliardi. Allo stato non pervenuti e quindi da reperire magari in parte facendo salire l’Iva. Dalle parti di Renzi invece il leitmotiv è che a volere l’aumento dell’Iva sono Franceschini e Gualtieri, con l’avallo di Conte. Nel Pd sospettano che questa levata di scudi nasconda la voglia di trattare sui desiderata da inserire in manovra. Una sorta di do ut des.