La piazza è nera, urla “elezioni” e fischia rabbiosa. Matteo Salvini, il grande sconfitto della giornata, descamisado, impugna il microfono e la fa sua. Le braccia tese partono da via del Corso e arrivano fin sotto il palco. Bastano le prime note dell’Inno nazionale ed è subito saluto romano.
Teste rasate e tatuaggi celtici a brandire il tricolore come un drappo da battaglia. Niente bandiere di partito. Ma i caratteri dello striscione «ladri di sovranità» sono in gotico neo fascista, assai caro alla destra romana. Arrivano in migliaia, gente comune, pensionati, 30 mila sparano gli organizzatori di Fratelli d’Italia, si fa presto a riempire la piazzetta transennata. Facce da festa di Atreju, catapultate un lunedì mattina a far massa per i vicoli del centro. Non c’è posto che per pochi davanti Montecitorio. Ma l’effetto assedio sulla Camera dei deputati è perfettamente riuscito, nelle ore in cui si discute la fiducia al Conte bis. Finte cabine elettorali ai piedi del palco, una poltrona issata dalla folla sopra la scritta “le hanno occupate tutte”. Fischi roboanti quando si nomina Giuseppe Conte.
Salvini si presenta in piazza in jeans e camicia bianca, arrivato in treno dalla Toscana con la fidanzata Francesca. Non mostra alcun entusiasmo, lui qui non voleva esserci, si è deciso in extremis, al traino di Giorgia Meloni, mai successo. sarà per questo che è una maschera cupa, lontano dai riflettori. Poi sale sul palco, sotto i caratteri cubitali “No al patto della poltrona – Nel nome del popolo sovrano”, e la folla rumorosa va in tripudio. Il leghista bacia Meloni, l’alleata mai amata che lo saluta con un sarcastico «bentornato all’amico Matteo», e si impossessa così della piazza più a destra che ci sia. Sotto, ad applaudire, c’è di tutto. Dirigenti di Casa Pound, Forza Nuova, il deputato pd Furfaro denuncia “svastiche”. C’è Paolo Mantovani, ex assessore regionale alla sanità lombarda, reduce da un via vai tra carcere e domiciliari. Mentre un finto sacerdote – al secolo Davide Fabbri, sedicente nipote di Benito Mussolini, con guai giudiziari per apologia del fascismo, e concorrente dell’Isola dei famosi – agita un crocifisso: «Di Maio in nome di Gesù non farlo, sono massoni». Elisabetta Gardini fischia con le dita in bocca. Raffaele Fitto unico in cravatta. E la sola Daniela Santanché a strappare un sorriso, con cappello da cow boy tricolore. Giovanni Toti, fresco di scissione, si immortala in sequenze di selfie, perfettamente a suo agio: «Ci dovranno essere tante piazze».
Per l’ormai ex ministro dell’Interno comincia da qui la sua traversata nel deserto. Sa che tasti suonare per accendere la folla. Come in tutti i suoi comizi, come rifarà domenica a Pontida. «Lì dentro c’è il regime che sa che sta per cadere e che fa come Maria Antonietta in Francia. Un saluto ai poltronari chiusi nel palazzo, l’Italia vera è in piazza», dice alludendo al portone di Montecitorio chiuso in effetti (per lavori) alle sue spalle. Promette: «Con Giorgia lavoreremo per allargare», ma resta sul vago, non si capisce se il centrodestra per quel che è oggi o se si riferisce già a un nuovo soggetto sovranista. «Bisogna allargare includendo milioni di italiani». Ed è subito barricadero, altro che “resto ministro in pectore, uomo della sicurezza e della tranquillità”, come aveva promesso nei giorni scorsi: «Se i signori là dentro proveranno a cambiare quota 100 e tornare alla legge Fornero non li lasceremo uscire da quel Palazzo, ci staranno giorno e notte. Se provano a riaprire i porti, li chiudiamo noi, perché in Italia non si entra senza permesso». È quel che la folla di destra vuole sentire, standing ovation, “Mat-te-o, Mat-te-o”. Chiama all’adunata, quella ben più consistente, la sua: «Vi aspetto di nuovo in piazza il 19 ottobre qui a Roma». E quando gli chiedono se pensa alla storica e immensa San Giovanni, ammette: «Ci proveremo». Poi saluta con un classicissimo: il bacio del rosario. Oggi lo show si sposterà al Senato, dove l’ex vicepremier prenderà la parola contro Conte.
Sotto il palco si fa appena vedere Giancarlo Giorgetti. Poi il numero due della Lega, dentro Montecitorio, quasi sbeffeggia il capo: «Ce l’hanno tutti con Salvini, povero Cristo. Matteo era l’unico che voleva andare avanti, mentre tutti noi gli dicevamo di rompere.. In aula? È tutto così surreale». Quando poi il cronista gli chiede se la nuova maggioranza andrà avanti, allarga le braccia: «Andranno avanti sì, per inerzia». Il discorso di Conte? «Poco pathos, poca sostanza». Berlusconi dirà di peggio, arringando i forzisti alla Camera: «In altri tempi si sarebbe detto che Salvini e Meloni sono fuori dall’arco costituzionale, andrebbero messi fuori dalla porta, quello non lavora per una nuova maggioranza di centrodestra». La traversata per le due destre comincia così.