«Bibbiano!» «Bibbiano!». Il più acceso tra i leghisti è un senatore ligure, Paolo Ripamonti, 50 anni, che nella vita di tutti i giorni fa l’agente immobiliare. Ad intervalli regolari lancia il coro della torcida sovranista che scuote l’aula di Palazzo Madama. «Bibbiano! Bibbiano! ». Quando il dibattito ristagna risuona invece l’urlo «Dignità!», Dignità! » e, come allo stadio, i peones battono le mani sui banchi. L’ex ministro Gian Marco Centinaio ha l’aria di divertirsi un mondo. Alle 10 del mattino il premier Giuseppe Conte è accolto al grido di “traditore”. La presidente Casellati si sgola fino a perdere il filo e finisce per chiamare Salvini «senatore Casini ».
Fa impressione vedere i banchi del governo. Prima delle ferie vi stavano seduti Salvini e Toninelli, e ora Franceschini confabula con Di Maio, Conte parlotta con Speranza, che annuisce vistosamente, De Micheli scherza con Patuanelli. Ignazio La Russa guarda la scena e cita il film Good Bye Lenin!, che racconta la storia di quella cittadina della Ddr che va in coma poco prima della caduta del Muro e al risveglio i figli cercano di non dirle che è finita in un paese capitalista. «Chi l’avrebbe mai detto che ci saremmo trovati seduti così vicino?», dice ai grillini persino una vecchia volpe come Pier Ferdinando Casini. I leghisti lo coprono di buuu. E Casini: «Non abbiate crisi di gelosia. Le donne tradite sono sempre le peggiori».
Non inganni la foga leghista. Sembra dettata da una sorta di disperazione. Perciò urlano. Il pd Gianclaudio Bressa li descrive come i campioni del mondo di harakiri, «ma senza la dignità dei samurai ». Anche Matteo Salvini appare cambiato, ha smarrito l’aura d’invincibilità che lo aveva sorretto fino al Papeete.
«Professor Conte!». Il senatore di Fratelli d’Italia, Francesco Zaffini, si rifiuta di chiamarlo premier. «Siamo qui nuovamente per commentare le sue imprese, da avvocato lei è passato da un cliente all’altro, da un governo sovranista a un governoi post-comunista». Conte, vanitoso di suo, lo guarda gelido. L’aula del Senato è piena come un uovo. Le tribune dei giornalisti stipate al limite della capienza. Alla buvette la macedonia finisce a mezzogiorno. Nei corridoi la star è il sindaco di Benevento Clemente Mastella, che infila un aneddoto dietro l’altro da consumato attore. «Per me dureranno fino all’elezione del presidente della Repubblica» è la sua profezia. Poi ferma per un braccio Roberto Calderoli: «Non gli hai dato buoni consigli al tuo capo». Calderoli sembra colpito dal rimprovero.
Il pd Luigi Zanda non è entusiasta del governo, durante il suo intervento rimprovera Conte, che sta chiacchierando con il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, invece che ascoltarlo. Guerini deferente si scusa, e Zanda allora ricorda al premier che un anno fa si definiva populista e che ora farebbe bene a dirsi popolare. La parola che risuona continuamente è trasformismo. La cita mezza opposizione. Il senatore Andrea Cangini dice a Conte: «Vedremo se lei lo sarà alla Depretis o alla Fregoli». La berlusconiana Licia Ronzulli ha portato lucchetto, apriscatole, tonno, scotch e colla. «Non riuscirete a fermare il vento con le mani», urla Isabella Rauti. L’altra parola è inciucio. Il senatore forzista Dal Mas ricorda ai leghisti che il ribaltone lo fece Bossi con D’Alema, facendo cadere Berlusconi nel 1994, Bossi non c’è e i leghisti hanno l’aria non ricordarsene.
La paura che agita Pd e Cinquestelle sono le sei commissioni in mano a presidenti leghisti. «Dimetterci? Non ci pensiamo proprio. Li faremo impazzire fino alla fine», fa la faccia feroce il capogruppo Massimiliano Romeo. Affari Costituzionali, Giustizia, Difesa, Finanze, Istruzione e Agricoltura rischiano il Vietnam. Fino a giugno 2020, ovvero sino a metà legislatura, non si potrà toccare nulla a norma di regolamento. E c’è tutta una tecnica di guerriglia per cui i presidenti potrebbero accogliere una valanga di emendamenti di cui Calderoli è il mago assoluto: nessuno qui ha dimenticato gli 80milioni confezionati in una notte con l’algoritmo per fermare la riforma costituzionale di Renzi.
Matteo Renzi arriva solo quando parla Salvini, e Di Maio invece nemmeno c’è, ostentatamente. Infatti Salvini lo fa notare, piccato. Ma il bersaglio dell’ex ministro dell’Interno è Conte, che lui chiama Monti- Conte. E quando il premier nella sua stanca replica userà l’espressione best practices i leghisti scoppieranno in grasse risate, come degli scolari che ridono del vezzo di un primo della classe. «Oh, s’il-vous-plait», lo canzonano. La leghista Bergonzoni esibisce la maglietta “Parliamo di Bibbiano”, l’emiciclo della maggioranza si svuota per protesta. «Non hai argomenti » le urlano dal Pd, «col voto verrete spazzati via» replica lei.
Conte, a sera, ottiene la fiducia, con 169 sì, otto voti in più della maggioranza. Nel Pd si astiene Matteo Richetti e nel M5S Gianluigi Paragone. Votano sì i senatori a vita Monti, Cattaneo, Segre; Napolitano è assente per motivi di salute, ma esprime il suo assenso. Bonino vota no.
In aula urla e cori, la
Lega chiede elezioni e minaccia ritorsioni sui lavori. Il sì alla fiducia dei senatori a vita
Segre, Monti e Cattaneo