Dario Di Vico

Il clima di fiducia delle famiglie migliora, quello delle imprese peggiora. Non è la prima volta in assoluto che questa contraddizione si presenta ma vale la pena tentare di spiegarla nelle mutate condizioni rappresentate in prima battuta dal cambio di governo e in seconda dal ristabilimento di rapporti cordiali con la Ue e i nostri tradizionali partners. Intantoinumeri: secondo la rituale rilevazione dell’Istat a settembre l’indice di fiducia è migliorato (da 111,9 a 112,2) mentre in parallelo quello degli imprenditori è calato da 98,8 a 98,5. Spulciando ancora meglio tra le cifre viene fuori che le famiglie sono relativamente più pessimiste sulla situazione attuale ma di un umore migliore riguardo la loro condizione personale («l’Italia non sta bene, ma io me la cavo» si potrebbe sintetizzare) e soprattutto sono più ottimisti sul futuro. Tra le imprese a vederla più nera delle altre sono le manifatturiere e le aziende del commercio che addirittura portano l’indice complessivoatoccare i minimi da ottobre 2014 (prima che iniziasse la «piccola ripresa»). Come si può spiegare tutto ciò? I consumatori sembrano aver percepito che gli orientamenti sia del nuovo governo sia delle autorità europee vanno in direzione dell’adozione di misure espansiveehanno comunque visto scendere lo spread verso numeri totalmente imprevisti. Di conseguenza sono portati a pensare che i consumi quantomeno riescano a mantenere la tendenza al moderato rialzo che avevano manifestato nel recente passato. Le imprese, invece, non paiono accontentarsi affatto di questi elementi di novità e di questi raggi di sole e, forse grazie al fatto che dispongono di una maggiore varietà di informazioni di medio periodo, intravedono prevalenti elementi di preoccupazione. I manifatturieri sanno che la trasformazione digitale di molti business (sommata ai ritardi di sistema) mette alla frusta persino il vantaggio competitivo dei settori made in Italy e tutto ciò perloro conta molto di più del decimale di spesa aggiuntivo conquistato dal governo nel negoziato con Bruxelles. E sempre in virtù delle informazioni che circolano in ambito associativo o convegnistico gli imprenditori sanno che le incognite legate all’evoluzione del commercio internazionale costituiscono altrettanti vincoli negativi alla crescita. Sanno, insomma, che non sarà possibile scampare alla stagnazione.