Il passaggio all’utilizzo di strumenti di pagamento cashless è sempre più diffuso e «rappresenta un buon canale per provare a ridurre la quota di economia sommersa e di evasione fiscale» ha spiegato ieri ai microfoni di Radio24 l’ex direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, intervistato da Maria Latella e Simone Spetia. «È una tendenza in atto facilitata dall’uso delle nuove tecnologie – ha spiegato Rossi -. Non so se qualche incentivo possa aiutare o meno a rafforzarla ma l’idea di ridurre il ricorso a pagamenti con cartamoneta va nella giusta direzione». Il Centro studi di Confindustria ha avanzato mercoledì una proposta concreta di incentivo all’uso della moneta elettronica (e disincentivo a quello del contante) senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica ma, semmai, con la potenzialità appunto di recuperare maggior gettito proprio riducendo l’evasione fiscale. Il punto di vista dell’Eurosistema è sostanzialmente neutro sulle diverse modalità di pagamento: sta ai cittadini e agli operatori scegliere – ha osservato di recente Yves Mersch, membro del comitato esecutivo della Bce – «e se un giorno l’utilizzo di pagamenti elettronici sostituirà il cash sarà per decisione del popolo e non perché lo vuole questo o quel gruppo di pressione». In linea generale un minor utilizzo di cartamoneta ha effetti positivi un po’ per tutti gli attori economici e reca con sè l’unica controindicazione di rinuciare alla totale privacy che caratterizza i pagamenti in contante sia nei punti vendita al dettaglio che in altre situazioni. In questa prospettiva la questione va vista tenendo conto della cultura nazionale: se per i tedeschi è difficile rinunciare alle banconote considerate riserva di valore e, allo stesso tempo, strumento di pagamenti che non lascia tracce, in Giappone ormai da anni molti pagamenti si effettuano con una strisciata contactless dello smartphone. In Italia l’85% delle transazioni avviene ancora utilizzando cash: è uno dei paesi con pil-pro capite tra i più elevati in cui si utilizza così tanto la carta moneta. E non è un caso, visto che la diffusione di internet è solo al 61%. Dunque la strada da percorrere per l’addio alle banconote è ancora lunga. In Danimarca invece, dove secondo una recente analisi della Bank of England il 97% delle persone usa abitualmente internet, quattro pagamenti su cinque avvengono senza utilizzo di cash già dal 2016. La Svezia ha ufficialmente dichiarato l’addio alla corona cartacea entro il 2030. E anche la Corea del Sud ha un piano di uscita dal cash. Se le monete metalliche in circolazione rappresentano una passività finanziaria che rientra nel perimetro del debito pubblico le banconote sono invece una componente del bilancio delle banche centrali che le emettono (l’Eurosistema nel nostro caso), una posta passiva la cui riduzione non avrebbe effetti particolari su saldi cresciuti a dismisura negli ultimi anni per via di un’altra carta pubblica: i titoli del debito acquistati con il Qe, ovvero gli interventi straordinari di politica monetaria dei quali ieri il presidente della Bce, Mario Draghi, ha annunciato una nuova serie del valore di 20 miliardi al mese. Stampando meno banconote le banche centrali avrebbero meno reddito da signoraggio, semmai. Per le banche commerciali, infine, il minor ricorso alle banconote determina minori costi di gestione. Del resto sono proprio gli intermediari i principali diffusori delle nuove forme di pagamento: se ieri c’erano solo gli assegni oggi il fintech ha moltiplicato le occasioni di transazione elettronica e, in certi casi, istantanee.