PERCHÉ OCCORRE UNA ECONOMIA DELLA FELICITÀ

L’economia dell’eudemonia, o economia della felicità, si contrappone all’attuale sistema, che persegue soltanto la ricchezza e non tende alla felicità. Crea estrema povertà e privazioni. La produzione mondiale di ricchezza di quest’anno è stata di quasi un un miliardo di miliardi di dollari e sul pianeta ora ci sono 7,7 miliardi di persone. Il reddito medio pro capite è di circa 11.500 dollari l’anno. Non è un reddito da “super ricchi” per gli standard di un mondo ricco, ma è notevole. Allora perché milioni di bambini devono morire se le loro famiglie sono troppo povere per assicurare cure mediche che costano 11 dollari a testa? Perché 260 milioni di bambini non possono andare a scuola quest’anno e sono costretti a rimanere senza un’educazione? Non c’è una ragione a tutto questo. Più di un miliardo di persone vivono in condizioni di povertà estrema. Il nostro è un mondo ricco, ma troppe persone sono escluse dai benefici della tecnologia. Più di un miliardo di persone non ha accesso all’energia elettrica. Cinque milioni di bambini, con meno di cinque anni, quest’anno moriranno a causa della povertà. Tutto questo non ha senso. Abbiamo tantissimi scienziati di talento, più di quanti ne abbiamo visti nei secoli passati, perché siamo nel mezzo di una rivoluzione scientifica. Abbiamo il know-how, le conoscenze per le energie pulite, per la prevenzione delle malattie, per la diffusione globale degli alimenti. E cosa facciamo? Bruciamo l’Amazzonia, distruggiamo la foresta pluviale indonesiana, andiamo incontro a una catastrofe climatica. Ecco come utilizziamo la nostra scienza: distruggiamo le cose. E ciò che è peggio è che ne siamo consapevoli, ma continuiamo a farlo. Voglio dare una risposta filosofica a tutto questo. Siamo su una strada sbagliata perché è sbagliato il nostro approccio al problema, perché le nostre politiche sono organizzate nel modo sbagliato, perché le leggi dell’economia che ho studiato da giovane e che i miei colleghi insegnano non forniscono ricette giuste. L’economia di oggi è basata su un’antropologia sbagliata: insegniamo che ogni persona dovrebbe massimizzare il profitto, pensare unicamente al suo interesse. Questo è egoismo: l’individuo è responsabile di se stesso e basta. Perché insegniamo questo? Produciamo disuguaglianze, esclusione sociale e inquinamento ambientale e non abbiamo la capacità di correggerci. Come dice Papa Francesco nella sua enciclica Laudato Si’, dobbiamo tenere a mente un’ecologia integrale: che integri uomo e ambiente. Come uomini dobbiamo relazionarci con noi stessi, con gli altri, con l’ambiente, con la società, con Dio. […] Me se parlo ai miei colleghi in America del fatto che l’economia sia fondata sulla virtù, mi dicono: «Cos’hai che non va Mr. Sachs?». Questa visione dell’economia nel tempo è stata rimpiazzata da quella di un’economia fondata sulla ricchezza e sul potere. […] Ma è stata soprattutto la visione economica britannica a dar vita all’economia moderna. Due i nomi più influenti: Thomas Hobbes, secondo cui «la vita è corta, brutale e malvagia». Non credeva nella ragione dell’uomo. Secondo la sua filosofia le persone agiscono solo per ricchezza, piacere e potere. L’unico modo per fermarle è il Leviatano: un governo di forte controllo su di noi, senza il quale uccidiamo a vicenda. Ma questa è una filosofia nera, negativa. Invece di invitare a coltivare virtù, suggerisce l’oppressione. David Hume, un filosofo molto brillante, eppure anche lui ha detto che non è la ragione a far agire l’uomo. Per Hume le persone sono motivate dalla passione ed è solo questa a far compiere le azioni, non la ragione. Il risultato è che nel pensiero britannico si crede che ognuno debba accrescere la propria ricchezza. E questo, secondo la teoria della “Mano invisibile” di Adam Smith non è un male perché se tutti ambiscono alla ricchezza allora tutti noi saremo più ricchi. Una visione che si diffuse quando il Regno Unito divenne la potenza più grande del mondo. Non fondata sulla filosofia greco-cristiana, ma sull’idea del «Va’ e arricchisciti». È pur vero che l’economia che tende alla ricchezza non è del tutto sbagliata. Ha portato più ricchezza nel mondo. Ma il punto è che questo tipo di arricchimento non si basa sulla virtù. E quindi non esiste autocontrollo. Non sappiamo fermarci, chiediamo sempre di più anche quando il nostro desiderio di arricchirci porta alla distruzione del mondo. […] Gli Stati Uniti sono l’esempio di un Paese ricco che però non è felice. Abbiamo il problema degli oppioidi, le sparatorie di massa, l’aumento dei suicidi. Non è una società felice perché non è una società basata sulla virtù, sul prendersi cura gli uni degli altri, ma su come diventare ricchi. La mentalità dell’America first come si sposa con i princìpi etici? Dovremmo dire: «Il mondo insieme», non «America First». Questo egoismo ci sta portando verso una crisi molto, molto dura. […] Ora dobbiamo lavorare per un’economia, un’istruzione e una politica basate sull’idea delle virtù, sull’idea che la felicità non è egoismo, ma connessione sociale. Felicità è ecologia integrale. Ed è soprattutto questione della nostra sopravvivenza.