A Puntuale arriva il richiamo all’ordine di Alessandro Di Battista per il M5S di Luigi Di Maio che ha scelto di governare con Nicola Zingaretti e con Matteo Renzi: «Non vi fidate del Pd derenzizzato, è un partito ipocrita. Ripeto, nel Pd, Renzi ci ha lasciato dentro decine di pali». Ma poi la carezza più ruvida il leader movimentista dei Cinque Stelle (che si tiene ben lontano dal governo e dal Parlamento) la riserva al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: «È ovvio che Renzi ambisce alle nomine ed era piuttosto chiaro che avrebbe fatto questa robetta. Leggo che il premier sia rimasto allibito per la scelta di Renzi. Buongiorno presidente!!!». Parole, queste, che non incrinano la proverbiale calma del capo del governo: «Io mi fido del Pd, è una forza che responsabilmente ha deciso di partecipare a questa esperienza di governo; ed è un governo di Movimento-centrosinistra, lo dico per rispetto dei 5 Stelle…», ha detto Conte alla festa di Mdp-Articolo 1 che fa parte della coalizione. Dopo appena due settimane di rodaggio, dunque, la maggioranza giallorossa va in fibrillazione per due giorni di seguito. Giovedì c’è stato il caso Sozzani — il deputato di FI salvato dagli arresti domiciliari grazie anche a decine di franchi tiratori nel Pd e tra i renziani di Italia Viva — mentre ieri è arrivato l’affondo di Di Battista che ha voluto «commentare», non senza malizia, la «sorpresa» del presidente del Consiglio per la nascita dei gruppi parlamentari autonomi creati da Renzi dopo la scissione dal Pd. Ma la risposta che si sarebbe attesa dal Nazareno, l’ha invece data il capogruppo Pd al Senato, Andrea Marcucci, un tempo di stretta fede renziana, che ha replicato anche agli attacchi rivolti al suo ex leader di riferimento: «Il governo rischia di essere messo sotto scacco dalla furia di Di Battista e dall’area radicale del M5S. Consiglierei al premier Conte e al ministro Di Maio di tenere a bada i deliri di Di Battista, che sembra pronto a fare di tutto perrompere l’attuale maggioranza parlamentare». Marcucci,poi, consiglia a «chi ha paventato rischi per la formazione dei gruppi di Italia Viva» di stare attento «a quello che succede nel M5S». Nel M5S, il sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento Gianluca Castaldi incita Di Battista: «Forza, siamo cittadini prestati alle istituzioni, forza Ale, forza Movimento, forza tutti noi». Ma c’è anche il viceministro Vito Crimi (Interno) che non considera chiusa la pagina del salvataggio dell’azzurro Sozzani: «La casta protegge se stessa, dobbiamo togliere ai parlamentari la facoltà di autotutela». E l’azzurra Mara Carfagna commenta: «Tra scissione del Pd e Di Battista che accusa, gli alleati al governo si fanno la guerra anziché lavorare».
Dino Martirano

Luigi Di Maio se l’aspettava, ma non per questo l’incursione di Alessandro Di Battista sul terreno prematuramente minato del governo lo allarma di meno. Il capo politico dei 5 Stelle e ministro degli Esteri ha già parecchi fronti da presidiare, deve tenere d’occhio le mosse del premier e deve arginare l’agitazione dei suoi gruppi parlamentari, che prima lo hanno forzatoatrattare con il Pd e adesso faticano ad amalgamarsi con gli alleati. E così ieri, quando l’ex deputato è piombato sulla fragile alleanza giallo-rossa addossando al Pd ogni possibile nefandezza, dalla Farnesina hanno provato a metterci una pezza. «Per il M5S esiste libertà di pensieroedi opinione», è il messaggio in bottiglia che i vertici del Movimento hanno lanciato nel mare del Pd, agitato dalla scissione di Renzi. Un modo soft per tranquillizzare Zingaretti e compagni, assicurando loro che Di Battista ha sparato veleno a titolo personale. Ma c’è un secondo concetto, bruscamente rivolto ai dirigenti dem: «Noi non teniamo a bada nessuno». Come a dire che l’Alessandro Furioso continuerà a bombardare il Nazareno e la nuova «casa» di Renzi. Se Di Maio lascia che un simile monito giunga alle orecchie degli alleati è perché lo ha irritato parecchio l’avviso di Andrea Marcucci, che a lui e a Giuseppe Conte ha chiesto di frenare i «deliri» di Di Battista perché non faccia saltare il governo. Marcucci è il presidente dei senatori dem, ma è anche uno storico amico di Renzi, al quale è sempre stato leale. Il che potrebbe renderlo strada facendo meno affidabile agli occhi di Di Maio, il quale di certo non ha apprezzato il riferimento del capogruppo all’«ala radicale» dei 5 Stelle come all’altra mina che, oltreaDi Battista, minaccerebbe il governo. Tensioni e sospetti, esasperati dall’apparizione di Renzi sulla scena come terza gamba dell’alleanza. E adesso, ecco che torna anche Di Battista e avverte: «Io da fuori farò le mie battaglie. Non voglio destabilizzare nessuno…». Di certo quel che vuole è far esplodere le contraddizioni di una maggioranza che, perfermare Matteo Salvini, ha messo insieme due nemici acerrimi come democratici e 5 Stelle. E anche se Di Maio ha apprezzato che l’ex amico delle origini si sia morso la lingua durante le trattative, ora teme il continuo controcanto dell’attivista giramondo e senza poltrona. «È rimasto fuori dal governo peril veto del Pd e ora ci sta che si sfoghi», sdrammatizzano nell’entourage del capo politico. Dove al tempo stesso si interrogano su come arginare la furia dell’arcinemico di Renzi e del Nazareno, che soffre la stima di Beppe Grillo nei confronti di Conte e si oppone alla metamorfosi «moderata» del Movimento. Un’idea, per trasformare un problema in una possibile risorsa, Di Maio la coltiva da tempo: affidare ad «Alessandro» uno dei dodici posti nel «team del futuro», come «facilitatore» sul tema dell’ambiente.
Monica Guerzoni