La Polonia ha scelto. Conferma al governo il Pis, «Diritto e giustizia», il partito euroscettico di destra del leader Jaroslaw Kaczynski, che esce addirittura rafforzato (se gli exit poll saranno confermati dallo scrutinio finale) rispetto alle elezioni del 2015, con quattro seggi in più alla Camera, da 235 a 239 (su 460), e con il 43,6% dei consensi. Alle opposizioni non resta che sperare di riuscire ad affermarsi almeno al Senato, dove si sono presentate con una lista unicaeicento rappresentanti sono selezionati con sistema maggioritario. Nelle stesse ore in Ungheria, le consultazioni amministrative sembrano riservare una cocente delusione a Viktor Orban che, man mano che procede lo spoglio, vede crescere il vantaggio dello sfidante del sindaco di Budapest, Istvan Tarlos, 71 anni del Fidesz—Unione Civica Ungherese, il partito del premier. La mappa del potere potrebbe quindi vedere le amministrazioni locali contro il governo, un po’ come accaduto in Turchia dove l’Akp di Erdogan ha perso Istanbul in primavera, peggiorando la sua disfatta quando ha imposto di ripetere il voto. In Polonia però non c’è stata partita. L’opposizione si è presentata divisa. Il blocco centro-liberale di «Coalizione civica», che include la Piattaforma civica fondata da Donald Tusk, attuale presidente del Consiglio europeo, è al 27,4% e ottiene 130 deputati. La formazione, sotto il logo di Lewica, il cartello de «La Sinistra», è 11,9% (con 43 seggi) e il Psl, il «partito dei contadini», è quarto con il 9,6% (34 seggi). Konfederacja, o Coalizione nazionale, la preferita dalla destra estrema, chiude con il 6,4% oltre la soglia di sbarramento, fissata al 5%, e si assicura 13 deputati circa. Almeno alla Camera bassa, il settantenne Kaczynski avrà ormai vita facile, grazie al premio di maggioranza che garantirà ai sovranisti una comoda autosufficienza e la possibilità di governare senza dover cercare appoggi o alleanze. In base ai primirisultati, il Pis sembra aver dunque catalizzato tutta l’opinione conservatrice polacca, sedotta da una campagna elettorale molto patriottica e ostile all’Unione europea e alla Germania, in particolare. Ha ottenuto il mandato forte che aveva chiesto il suo capo e che preoccupa gli avversari, allarmati da una saldatura in chiave anti europea tra il governo polacco e quello ungherese. Hanno pagato gli attacchi ai giudici, considerati troppo amici del potere finanziario, europeo ed ebraico. La difesa della famiglia tradizionale, un padre e una madre, contro le unioni civili e le coppie omosessuali. E hanno funzionato le promesse di Kaczynski di far sì che «i polacchi si sentano sicuri a casa loro», tutelati anche dall’immigrazione, presentata come una minaccia addirittura della salute pubblica. A favore del partito di governo ha giocato anche il buon andamento dell’economia, una delle più dinamiche in Europa, oltre all’impegno di aumentare, in caso di vittoria, i salari minimi e di abbassare l’età pensionabile. Determinante è stato il programma «500 +» che stimola la crescita demografica premiando con 500 zloty, 130 euro mensili, ogni figlio oltre il primo. L’affluenza insolitamente alta ieri alle urne era già stato un segnale significativo a metà giornata, con il 61% di votanti (su un elettorato di 30 milioni). Ma non è stata una sorpresa. Nei giorni precedenti si erano moltiplicate le domande di iscrizione alle circoscrizioni elettorali di residenza da parte di elettori convinti che questo appuntamento con le urne fosse davvero il più importante dopo la caduta del Muro. La mobilitazione era stata particolarmente forte nelle regioni occidentali e settentrionali, bacini di consensi per la sinistra e aveva quindi alimentato le speranze all’opposizione. Kaczynski si è presentato ai suoi sostenitori dieci minuti dopo la chiusura delle urne, omaggiato da un enorme fascio di rose rosse e bianche, i colori della Polonia. Aveva chiuso il suo giro elettorale nelle zone rurali, le più tradizionaliste e le più inclini a sostenere le riforme giudiziarie che la Commissione europea tenta di contrastare.