Caro direttore, rimediare al fallimento sulle migrazioni deve essere la priorità di questo inizio di legislatura europea, la missione fondamentale dell’Italia. Negli ultimi anni, infatti, l’assenza di un’efficace politica migratoria europea ha provocato cesure profonde ed effetti drammatici. Ha fatto del Mediterraneo un cimitero, onta che rimarrà nella storia tra le pagine più disonorevoli di sempre. Ha provocato terremoti impensabili, dalla Brexit alla emersione delle destre xenofobe e populiste un po’ ovunque, Italia di Salvini in testa. Ma perché non si è avviata una politica migratoria europea in grado di conciliare rispetto dei diritti umani e gestione controllata dei flussi alle frontiere? Perché, quattro anni dopo i picchi del 2015, siamo ancora al bivio tra “porti chiusi” e “facciamo entrare tutti”? Se non si risponde a questi interrogativi, il dibattito rimarrà caotico e inconcludente. E in assenza di soluzioni avranno la meglio populisti e xenofobi, che speculano sulle paure e si alimentano di semplificazioni. Che il corto circuito sia stato tale lo dimostra la proposta, inaccettabile, di usare per la Commissaria europea la denominazione di “protezione del nostro stile di vita” legata alla questione. Lancio qui una proposta in grado, a mio avviso, di dotare l’Ue di una vera politica migratoria. Con un fenomeno di simile intensità e durata, soluzioni solo nazionali si rivelano inefficaci alla prova dei fatti. Solo al livello europeo possono arrivare determinazioni dirimenti, con la massa critica necessaria a un radicale cambiamento. Ma cosa non ha funzionato e come cambiare? L’Ue si è mossa sulla crisi con strumenti vecchi e non ha trovato la forza di modificarli, per egoismi diffusi e per il veto brandito da Ungheria e altri Stati membri. Il Trattato di Dublino – quello per cui il Paese di primo ingresso sopporta tutto il peso degli arrivi – è un congegno creato decenni fa in funzione di altri scenari, precedenti alla instabilità e alla mobilità determinatesi dopo le primavere arabe. Per cambiarlo serviva l’unanimità e nonostante i nostri tanti sforzi italiani non si è mai riusciti a convincere i più riottosi. Paradossale, per inciso, che proprio i più riottosi, Ungheria in primis, siano poi diventati alleati dell’Italia salviniana. Di fronte allo stallo è evidente che la via dell’unanimità va abbandonata. Con i veti ungheresi si rimane nel guado, i migranti continuano a morire in mare e le pubbliche opinioni se la prendono con l’Europa di Bruxelles e non, appunto, con chi pone veti. Il punto è trovare il coraggio sulla questione di uscire, temporaneamente, dai Trattati Ue. Scelta radicale, ma necessaria. Scelta, tuttavia, non inedita, visto che la si è fatta in almeno due casi emblematici: per Schengen e per la creazione di quel Fondo salva Stati, al quale UK e Repubblica Ceca non parteciparono, e che ebbe un ruolo chiave nell’uscita dalla crisi finanziaria. Occorre un nuovo Trattato tra i paesi europei che ci stanno. Purché, però, chi ci sta accetti la regola della maggioranza e si assuma la propria parte di responsabilità. Questo nuovo Trattato – firmarlo a Lampedusa sarebbe un atto politico e simbolico fortissimo – dovrebbe sostituire quello di Dublino, sopprimendo anzitutto la norma sulla responsabilità tutta in carico al Paese di primo accesso. Il Trattato di Lampedusa dovrebbe contenere strumenti nuovi coi quali organizzare l’accoglienza e suddividerne equamente il peso tra i Paesi firmatari, creando automatismi per scongiurare le penose aste al ribasso cui abbiamo assistito in questi anni a ogni arrivo di una nave. La Francia ne prende venti, la Spagna quindici, la Polonia zero e giù con insopportabili dosi di cinismo e ipocrisia. No, questi agghiaccianti tira e molla sono stati l’immagine peggiore dell’Europa! Devono cessare e far posto a meccanismi automatici di ricollocazione gestiti da un’autorità centrale europea, dotata di poteri idonei e autorizzata ad applicare criteri di umanità, come i ricongiungimenti parentali. Con la centralizzazione si renderà possibile una gestione diversa dei flussi dei richiedenti asilo e dei migranti economici; allo stesso tempo, si dovranno promuovere i doveri, a partire dall’imparare la lingua locale. Tra gli altri capitoli il controllo della frontiera esterna Ue, il rapporto coi Paesi terzi e il coordinamento con le norme sulle attività di salvataggio in mare. Sul punto l’esperienza insegna che deve essere un compito prioritariamente in mano a dispositivi statuali o intrastatuali, come fu per Mare Nostrum, la missione militare umanitaria italiana che salvò vite umane e al contempo portò all’arresto di tanti trafficanti. La intollerabile criminalizzazione delle Ong del Mediterraneo, denunciata con forza anche da Zingaretti, è oltremodo contraddittoria. Le si attaccano perché compiono, come possono, compiti che dovrebbero essere svolti da quello Stato che decide di astenersi dal compierli. E l’Ungheria? Coloro che mettono il veto non sono a questo modo i grandi vincenti? Non si finisce così, paradossalmente, per fare un favore a Orbán? Rispondo con un richiamo al principio di realismo. L’Ungheria, se anche accettasse di accogliere i migranti, per le sue dimensioni ridotte, se ne vedrebbe assegnate quote simboliche. Non sarebbe decisiva. Decisiva, invece, lo è stata eccome in questi anni, nel bloccare qualunque avanzamento collettivo. Un po’ come la Gran Bretagna fece sui temi economici e monetari, con la differenza che Londra consentì agli altri di andare avanti con il Fondo salva Stati del 2012. Ora serve coraggio. L’Italia deve essere in prima fila: chi meglio di noi e della Germania? Il più grande Paese di primo ingresso e il più grande di destinazione finale. Conte e Merkel dovrebbero preparare una proposta da far condividere anzitutto a Francia e Spagna e poi agli altri. La Commissione dovrebbe essere coinvolta nell’iniziativa soprattutto perché gli strumenti centrali che ne deriverebbero dovrebbero essere ad essa collegati. Una simile iniziativa ha però bisogno del sostegno della società civile e in particolare dei giovani. Per questo lanceremo il progetto del Trattato di Lampedusa a Cesenatico dove oggi si apre l’anno accademico, il quinto, della Scuola di Politiche. Una iniziativa fondata proprio per dare ai ragazzi italiani borse di studio che li aiutino ad amare la buona politica e conoscere le istituzioni. Con il nuovo governo in Italia questa proposta non è più una piccola utopia. Può diventare la svolta europea sulle migrazioni. L’onta del Mediterraneo come mare di morte rimarrà indelebile. Il futuro, però, può essere diverso. Enrico Letta, Pd, ex premier