Le proteste violente in Catalogna proseguono da oltre una settimana e il numero dei feriti, sia tra i manifestanti sia tra la polizia, si conta in centinaia. Si parla delle tattiche di guerriglia dei gruppi (minoritari) che compiono gli atti di vandalismo e violenza per le strade di Barcellona, delle risposte spesso aggressive della polizia, delle reazioni scomposte della politica di Madrid e di quelle praticamente inesistenti della politica di Barcellona. C’è anche un’altra questione di cui si fa un gran parlare tra chi segue la politica spagnola: quanto si starà torturando Pedro Sánchez per le scelte fatte finora? Il presidente del governo facente funzioni in questo momento avrebbe potuto trovarsi in una situazione tutta differente. Saldo alla guida dell’esecutivo, alleato con Podemos (che comunque la si voglia girare è la forza politica più affine per programmi e ideologia), tranquillo a gestire la crisi catalana da una posizione di sicurezza, con il suo Partito socialista come prima forza nel Parlamento spagnolo e gli avversari del Partito popolare ai minimi termini. Sánchez tuttavia ha deciso che questa vita non faceva per lui, che la coabitazione con Podemos era rischiosa, e che se proprio era necessario correre un rischio allora meglio correrne uno che può rendere cento volte tanto. Non ha funzionato. I sondaggi dicono che alle elezioni del 10 di novembre il Partito socialista di Sánchez perderà voti e seggi rispetto a quanti ne abbia ottenuti. Passerebbe dai 123 seggi di adesso a circa 120. Non un dramma, ma certo un problema se si guarda alla rimonta del Partito popolare, che passerebbe dai 66 seggi di aprile a poco più di un centinaio. Secondo alcuni sondaggi, il partito di estrema destra Vox potrebbe diventare la terza forza politica spagnola, con circa 35 seggi. Podemos ridurrebbe i suoi consensi, e Ciudadanos subirebbe un crollo epocale: da 57 seggi a meno di 25. Questo sarebbe un problema per Sánchez, che nella scorsa legislatura aveva sperato di formare una partnership sinistra-centro con Ciudadanos – ma adesso il partito centrista non sembra avere più le forze per garantirgli una maggioranza. Il primo problema di Sánchez è che gli elettori sono stanchi di un leader che ad aprile aveva chiesto loro uno sforzo supremo per sconfiggere le destre e poi, ottenuta la vittoria, si è rifiutato di allearsi con la sinistra. Il secondo problema è che la crisi catalana è scoppiata in faccia al presidente del governo spagnolo. Non che Sánchez non se l’aspettasse. Anzi, i suoi strateghi si erano convinti che indire la campagna elettorale con la sentenza della Corte suprema sui leader indipendentisti in programma avrebbe dato a Sánchez un’aura da statista. Ma poi sono cominciate le violenze, la sentenza è stata tale da scontentare sia i moderati, che la ritengono troppo dura, sia i nazionalisti, che la ritengono troppo lieve, e in generale Sánchez non si è mostrato in grado di tenere a bada la situazione. Ieri il presidente del governo è andato in visita a Barcellona. I suoi avversari di destra, Pablo Casado e Albert Rivera, ormai scorrazzano per le strade catalane da settimane, facendo a gara a chi solletica di più l’orgoglio nazionale spagnolo, e così Sánchez si è dovuto prestare al medesimo spettacolo. Al suo arrivo in Catalogna ha palesemente rifiutato un incontro (e perfino una telefonata) con il governatore indipendentista Quim Torra, a cui Sánchez non darà udienza finché non condannerà in maniera rotonda le violenze. Poi ha visitato un ospedale dove erano ricoverati i poliziotti feriti durante gli scontri – e immaginatevi che effetto, per il popolo della sinistra, è stato vedere il proprio leader al capezzale dei manganellatori.