Ora perfino da Moody’s arrivano parole di incoraggiamento. Il “cane da guardia” della nostra economia, la più “cattiva” fra le agenzie di rating, l’unica a mettere l’Italia all’ultimo gradino degli investment grade, tende la mano al Conte bis e apre un’insperata finestra di opportunità. «Una politica meno aggressiva nei confronti dei partner internazionali rende l’ambiente economico più favorevole e più propizio per gli investimenti», dice Kathrin Muehlbronner, laureata a Tubinga e specializzata a Bruges, già economista di Deutsche Bank e Merrill Lynch, oggi a capo del team di analisti di Moody’s responsabile per l’Italia, la Francia e altri Paesi, con base a Londra. «Riconosciamo che la formazione del governo di centro-sinistra dovrebbe garantire un periodo di stabilità», aggiunge l’economista anglo-tedesca. Il suo atteggiamento favorevole traspare anche dal fatto che ha letto l’intervista di ieri del neoministro Gualtieri al nostro giornale con certosina attenzione, dalla scelta europeista fino ai particolari: «Ho notato l’impegno a sviluppare l’occupazione femminile, che è un tassello importante per il mercato del lavoro, al pari per esempio del decentramento contrattuale. Il mercato del lavoro a sua volta è uno dei punti-chiave per il rilancio della produttività e dello sviluppo». Cosa deve accadere perché Moody’s riveda al rialzo le sue valutazioni sull’Italia? «Dovremmo vedere non solo un periodo di stabilità politica ma anche un programma coerente di riforme strutturali, comprese misure che aumentino l’efficienza della pubblica amministrazione, migliorino il sistema educativo, rafforzino anche con la tecnologia la competitività del Paese. Il tutto con l’obiettivo di aumentare la crescita». In che misura l’affidabilità internazionale influisce sul rating? «La stabilità politica e la convinta e inequivoca direzione europeista sono fattori importanti nella nostra valutazione. Certo, non sono gli unici. Rimangono, fra i key driver, l’ammontare del debito, il suo andamento crescente o calante, e il ritmo di crescita del Pil». Quali speranze ha l’Italia di invertire finalmente l’andamento del rapporto debito/Pil? «Al contrario di molte altre economie industriali, il debito in se non sta aumentando, anzi è gestito con grande professionalità e ha una lunga maturità media di quasi sette anni. Il problema è che lo sviluppo ristagna da due decenni. Ora noi analizzeremo accuratamente le proposte di budget 2020 e le vie con cui il governo intende finanziarle prestando particolare attenzione agli investimenti produttivi. Già abbiamo rilevato che le entrate fiscali vanno meglio del previsto in particolare per l’Iva grazie alla fatturazione elettronica. È interessante notare che in contrasto con il quadro macroeconomico europeo che sta peggiorando, la posizione dell’Italia dal punto di vista della finanza pubblica è in qualche modo migliore di quella che preludeva al budget 2019. Grazie alla combinazione fra i miglioramenti fiscali e le misure intraprese dal precedente governo in luglio per evitare che deflagrasse lo scontro con l’Europa, per quest’anno il rapporto deficit/Pil verrà probabilmente contenuto intorno al 2% contro il 2,4% originariamente previsto. Naturalmente un aiuto viene dalla discesa dello spread conseguente al cambio di governo e dalle misure monetarie annunciate dalla Bce». Fra i fattori di forza dell’Italia, avete spesso ricordato l’alto tasso di risparmio privato. In che modo può aiutare le finanze pubbliche, visto che una tassa patrimoniale è stata categoricamente esclusa dal ministro dell’Economia? «Non diamo raccomandazioni di merito ai governi su cosa debbano fare. Comunque consideriamo le risorse private degli italiani una potenziale importante fonte di finanziamento come provano iniziative “domestiche” come l’emissione di titoli riservati a una platea nazionale. Peraltro, una riforma complessiva del sistema fiscale sarebbe sicuramente positiva se associata a un recupero dell’evasione. L’Italia non è l’America che può permettersi di aumentare a piacimento il deficit nella sicurezza che questo verrà finanziato dagli investitori. Per questo in Italia è imperativo che a ogni diminuzione fiscale corrisponda il reperimento di nuove risorse».