Da tempo immemore, ormai, e ciclicamente, s’invoca il fatidico Centro politico, con la maiuscola. Che lo faccia la Chiesa o qualche sopravvissuto dc non importa, l’i mportante è che s’i ns eg ua l’Araba Fenice della moderazione a dispetto dei terribili sovversivi di oggi, alias populisti. Dunque, ieri, una delle vedove inconsolabili del Centro, Angelo Panebianco – sia detto con il massimo ossequio per la vasta dottrina politologica di cui è portatore – ha vergato l’ennesimo editoriale sul Corriere della Sera sul “ruolo chiave del Centro”, spingendosi a dire che senza Centro stavolta è a rischio persino la democrazia. E ancora una volta, il professore Panebianco, è incappato nell’errore più comune che si fa affrontando questo tema. Confondere, cioè, l’elettorato di centro con un eventuale partito di centro, vagheggiato e teorizzato in questi anni da una falange di moderati convinti ma poi delusi dall’esito finale (Monti e Montezemolo, Alfano e Verdini, Pezzotta e Pomicino, D’Antoni e Zecchino, Tabacci e Passera, Rutelli e Casini, e fermiamoci qui) . Per capire questa distinzione basta rileggersi ciò che scriveva il compianto Giovanni Sartori proprio sul Corsera ben tre lustri fa. Oggi siamo fermi sempre a quel punto. Non solo. Come si concilia la certezza di Panebianco, “il ruolo chiave del Centro”, con quello che sempre ieri rivela Ilvo Diamanti su Repubblica? Ovvero: il Centro sta scomparendo e vale solo il 10 per cento. Seguendo il metodo sartoriano, gli elettori di centro nella Seconda Repubblica hanno prediletto il bipolarismo, scegliendo più Berlusconi che il centrosinistra. E oggi che ritorna forte la questione, è consigliabile farsi anche un’a lt r a domanda realistica: a partire da Conte e Franceschini, questo governo quanto centro ingloba?