L’euro non è più messo in discussione, l’Europa e la Bce «hanno dimostrato il loro valore; oggi sono coloro che dubitavano ad essere messi in discussione». È lo stesso Mario Draghi a tracciare la sintesi dei suoi otto anni alla presidenza della Banca centrale europea, a pochi giorni dalla scadenza dell’incarico. È allo stesso tempo la rivendicazione di una missione compiuta, dell’aver portato a termine «il mandato» ricevuto da governi democraticamente eletti —equindi per definizione non solo tecnico ma «politico» —: salvare l’euro, nato appena 20 anni fa. Oggi la moneta unica «è più popolare che mai. Nei dibattiti sul futuro dell’Europa si discute sempre meno se la sua esistenza abbia senso e assai di più sulla via migliore per avanzare». E anche «chi mirava a rallentare l’integrazione europea non ha contestato la legittimità delle istituzioni dell’Unione, pur criticandole anche duramente». È per questo che ieri, per la lectio magistralis all’Università Cattolica di Milano — che gli ha conferito la laurea honoris causa in economia — il presidente della Bce ha voluto concentrarsi non sulruolo del banchiere centrale ma su quello del «policy maker». Che deve agire, e non restare nell’inazione, con «conoscenza, coraggio e umiltà». È la traccia che serve al 72enne banchiere centrale per difendere tutte le scelte compiute nel fronteggiare la crisi monetaria che ha rischiato di disgregare l’euro. Ma la sua non è una ricostruzione storica né un’analisi teorica. Piuttosto nella prolusione si colgono in filigrana la risposta agli attacchi di chi dentro la Bce, come i governatori di Germania, Austria, Olanda e Francia, ha contestato apertamente la decisione di tagliare ancora i tassi e di far ripartire l’acquisto di titoli, il Quantitative Easing. Il policy maker — dice Draghi — deve «saper ascoltare la voce di chi non è d’accordo. Per i policy maker i dissensi sono come uno specchio con cui osservare le proprie azioni e costituiscono uno strumento con cui spezzare la forza delle narrative dominanti». C’è anche un richiamo, l’ennesimo, ai Paesi che non procedono con le riforme: Draghi sottolinea che i governi che negli anni della crisi «hanno saputo distinguere gli interessi costituiti dall’interesse pubblico, guardando alla larga maggioranza che si sarebbe giovata delle riforme», accettando anche di sacrificare alcuni, hanno prodotto «risultati positivi» che «sono oggi sotto gli occhi di tutti». Ma nelle parole di Draghi si può leggere anche un implicito messaggio alla presidente in pectore della Bce, Christine Lagarde: resistere alla via facile di «rispecchiare … gli umori della pubblica opinione, sminuendo il valore della conoscenza, assumendo prospettive di breve respiro e obbedendo più all’istinto che alla ragione», perché «solitament e c i ò non serv e l’interesse pubblico». Nel farlo serve «l’umiltà» di sapere che «non abbiamo la libertà di decidere se dobbiamo fare ciò che è necessario fare per assolvere il nostro mandato», ma «rigorosamente nei limiti della legge», come quando venne affrontata la crisi delle banche greche nel 2015. Il concetto delle «conoscenze dell’analisi teorica come guida perl’azione pratica» è uno dei punti fermi di Draghi sulla base dell’insegnamento del suo maestro Federico Caffè, ha ricordato nell’introduzione il rettore Franco Anelli. Il presidente della Bce si riallaccia a questa linea. Non ci sono certezze, nel lavoro di un banchiere centrale: «I policy maker spesso decidono in condizioni di incertezza in cui i risultati raramente sono conosciuti e valutabili con sicurezza», come quando tra il 2014 e il 2015 la Bce decise di introdurre i tassi negativi e di comprare titoli di Stato: «Entravamo in terra incognita». Il coraggio perfarlo «venne dalla convinzione che i rischi incombenti sarebbero stati assai maggiori se non avessimo fatto nulla», come quando nel 2012 lo spread arrivòa600 punti. Fu lì che Draghi pronunciò le famose parole «whatever it takes» («tutto quello che serve»): quell’impegno «fu potente, equivalente a quello di un programma di acquisto di titoli su larga scala». Ma anche i governi hanno «trovato il coraggio di decidere, senza esitazioni» di approvare riforme come il Meccanismo di stabilità, la vigilanza e il fondo ri risoluzione unico delle banche. Draghi rivendicairisultati ottenuti con le politiche della Bce: 2,6 punti percentuali di crescita del Pil fra il 2015 e il 2018, 11 milioni di posti di lavoro creati in Europa dal 2013, più di quanto non sia stato fatto per esempio negli Stati Uniti.