«E così, noi che davanti alle scene dei nostri coetanei con i picconi a cavalcioni del Muro di Berlino ci eravamo illusi di poter ricominciare, oggi ci domandiamo se siamo invece condannati a vivere un secondo passato da sconfitti: allora da comunisti, oggi da liberali». E la risposta che Antonio Polito offre nel suo ultimo libro (Il muro che cadde due volte, edito da Solferino, 185 pagine, 16 euro) è che la seconda sconfitta non è ancora consumata, ma lo stato di salute del liberalismo – e delle maggiori democrazie europee, e non solo – va considerato con sempre maggior preoccupazione e allarme. Vicedirettore del Corriere della Sera, con una solida esperienza professionale che lo ha spesso portato a lavorare all’estero, Polito intreccia nel suo saggio valutazioni, autocritiche e ricordi di natura personale, politica e professionale che fanno de Il Muro che cadde due volte una sorta di appassionante e originalissima autobiografia generazionale: che comincia, appunto, dai giorni della caduta del Muro (a novembre il trentennale) e arriva fino a noi, a oggi, nel tempo – come si dice – in cui a cadere sono i ponti e a essere innalzati sono proprio i muri (ne erano presenti nel mondo sedici nel lontano 1989, annota in conclusione Polito, mentre oggi sono diventati ben centosettanta). Dunque, una sconfitta certa, sancita dalla storia (quella del comunismo e di tanti «comunisti italiani») e una che vediamo inesorabilmente avvicinarsi, sotto i colpi del sovranismo dilagante: quella del liberalismo democratico, al quale avevano via via aderito – magari ingenuamente – gli orfani dell’ideologia picconata assieme al muro di Berlino. Non tutto è ancora perduto, però: a patto di indispensabili ed evidenti cambiamenti. «Noi, i figli dell’Ottantanove, non abbiamo sbagliato tanto le scelte, ma il modo un cui le abbiamo fatte», scrive Polito. «L’arroganza di chi è sempre nel giusto… È stata questa presunzione a perderci, a indurci in molti errori e, in definitiva, a farci diventare antipatici…». E quegli errori – non soltanto recenti e non soltanto italiani – sono puntualmente ripercorsi, talvolta con sofferenza, in questo saggio che racconta – quasi in presa diretta – le ascese e le cadute, le intuizioni e i passi indietro di trent’anni di europeismo contraddittorio, ingannevole e da rifondare.