Non andavano più d’accordo su nulla, Donald Trump e il suo superfalco John Bolton. Afghanistan, Iran, Corea del Nord, Venezuela: ovunque Bolton avrebbe voluto un’America “imperiale”, aggressiva e determinata, fino all’uso delle armi se necessario. Trump è fedele allo slogan America First che incarna l’anima di un’altra destra: isolazionista, ripiegata sui propri interessi materiali, protezionista, stufa di fare il gendarme del mondo, pronta a voltare le spalle anche ai propri alleati. Due destre lontane anni luce fra loro. Bolton divenne una celebrity ai tempi in cui i neoconservatori ispiravano la politica estera di George W. Bush, progettavano l’invasione dell’Iraq (2003) e poi sognavano anche quella dell’Iran. Falchi sì ma globalisti. Bolton, molto più del pittoresco Steve Bannon, poteva fare da punto di riferimento per i sovranisti del mondo intero, da Salvini a Orbán a Bolsonaro. Unilateralista ma capace di pensiero strategico, Bolton aveva conquistato alleanze tattiche con alcuni dei vertici del Pentagono. Per esempio nell’ostacolare il ritiro totale delle truppe Usa dall’Afghanistan. Oppure nel resistere alla tentazione di altri summit-burla fra Trump e Kim Jong-un, col nordcoreano che continua imperterrito i suoi test missilistici e dà zero garanzie sul nucleare. Su altri temi i militari sono decisamente più cauti, Bolton è l’uomo delle fughe in avanti come ai tempi di Dick Cheney e Donald Rumsfeld: voleva usare maniere forti contro l’Iran e contro Maduro in Venezuela.
Quest’estate il presidente ci scherzava sopra: «Se fosse per Bolton avrei già dichiarato almeno un paio di guerre». Poi la voglia di scherzare gli è passata. Gli scontri più recenti fra i due sono stati furibondi sull’Afghanistan. Trump ha sperato fino all’ultimo di orchestrare un clamoroso colpo di scena, un vertice a Camp David per siglare l’accordo coi talebani, e poi annunciare il ritiro di tutti i 14.000 soldati americani prima dell’anniversario dell’11 settembre. Bolton giocava d’intesa coi generali per dissuaderlo, 18 anni di guerra non gli sono bastati, la missione afgana resta incompiuta. È stato il disaccordo fatale, preludio al divorzio tra i due. Che ora continuano a litigare a distanza, “you are fired!”, “non mi hai licenziato tu, mi sono dimesso io”. La cacciata del collaboratore caduto in disgrazia è uno dei massimi godimenti per Trump. Gli ricorda il suo successo più bello, il reality- show The Apprentice, l’unico vero trionfo nella sua controversa carriera di businessman. La lista dei licenziati da questa Casa Bianca è impressionante, il ritmo delle porte girevoli è vorticoso. Prima di Bolton sono spariti dalla scena ben tre generali, Kelly Mattis e Mc-Master. Segretari di Stato, ministri di Giustizia, capi della Cia, a tutti è toccato l’urlo “you are fired!”
Il paradosso è che Trump si libera di un uomo considerato come pericoloso da gran parte dei governi mondiali, alleati o nemici. Sospiri di sollievo ovunque. L’avventuriero Bolton disprezzava gli europei come pusillanimi. Non ebbe mai tentazioni russofile come il suo capo, anzi ne condannava i flirt con Putin. Puntava alla resa dei conti con la Cina prima che quest’ultima abbia superato il punto di non ritorno nella corsa al sorpasso sull’America. Trump si muove in un universo parallelo, da businessman che vuole solo portare a casa l’affare più redditizio, in tempi rapidi, e gloriarsene con gli elettori. Trump è felice di aumentare il budget della Difesa ma preferisce che i militari restino a casa, non li vuole in giro a rischiare la vita e sprecare i soldi del contribuente.
Resta la domanda da un milione di dollari. Perché Trump scelse Bolton per un ruolo di primissima importanza, a dirigere quel National Security Council dove ci fu Henry Kissinger ai tempi della guerra del Vietnam e del disgelo Nixon-Mao? Perché, come già accadde coi tre generali, o con Rex Tillerson segretario di Stato, questo presidente così bravo a licenziare è un disastro al momento di assumere? La risposta è chiara. Trump continua a scegliere gli uomini sbagliati perché quelli che la pensano come lui scarseggiano, nelle alte sfere. L’establishment di destra storicamente si forma ai piani alti del capitalismo, o nelle accademie militari, o nei think tank sovvenzionati dai miliardari. Esiste un establishment di destra, ma è una destra globalista. I chief executive, i generali, i teorici della deregulation economica, affondano le radici nella rivoluzione neoliberista di Ronald Reagan, nell’escalation del riarmo con l’Unione sovietica. E’ tutta gente che pensa in grande, vuole un mondo soggetto alla Pax American, alle priorità di Washington. La ritirata strategica di Trump è popolare nella pancia di un’America profonda che non esprime élite, e deve fidarsi dell’istinto dello showman.