L’Egitto è di nuovo al bivio, slogan anti-regime, gas lacrimogeni, una quarantina di ragazzi arrestati. Da 48 ore, per l’ennesima volta da quando il vento del 2011 portò la speranza nel mondo arabo, l’iconica piazza Tahrir si riempie di quelle aspettative che ormai solo la piccola Tunisia sembra stoicamente tenere alte nella regione. Le proteste degli ultimi due giorni al Cairo ma anche ad Alessandria, Suez ed altre città, sono certamente sorprendenti in un Paese dove da anni nessuno osa più contestare qualcosa, ma dicono molto di più. Quando all’inizio di settembre, dalla Spagna dove risiede, il fino ad allora sconosciuto imprenditore edile Mohamed Ali ha cominciato a denunciare su Facebook la corruzione dell’entourage del presidente Al Sisi e le ville costruite a spese del popolo, nessuno, tranne gli irriducibili, ha dato peso alla cosa. Poi la rabbia è cresciuta. La fine del regime «Il popolo vuole la caduta del regime» ripetono gli egiziani che dopo aver rinunciato alla libertà nel nome della sicurezza e della lotta al terrorismo si ritrovano da anni più silenziati, più insicuri e più poveri. Da quando il generalissimo Al Sisi è stato eletto presidente, dopo aver deposto il predecessore Morsi ed aver messo al bando la Fratellanza Musulmana, il Paese ha affrontato la cura ricostituente del Fondo Monetario Internazionale che ha rimesso in carreggiata i debiti ma ha impoverito la popolazione tagliando drasticamente i sussidi su cui contava dai tempi di Nasser. Mohamed Ali è un nome di cui nessuno sa nulla al Cairo. Certo, postando video in cui denuncia quello che tutti sospettano, ossia che i cantieri moltiplicatisi nel Paese, da New Cairo al raddoppio del Canale di Suez, lavorino solo per il regime e per l’esercio che lo sostiene, ha catalizzato la frustrazione. Ma c’è di più. «Noi del 2011 aspettiamo di capire cosa siano queste proteste, ma siamo pronti a sostenerle» spiega una attivista della prima ora oggi molto ritirata. Il sospetto è che ancora una volta si tratti di una manovra dell’esercito per fare fuori il sacrificabile, l’outsider di turno, Al Sisi, il presidente partito in anticipo per il meeting alle Nazioni Unite e secondo molti in procinto di non tornare mai più. La memoria corre a Tamarod, il movimento nato dal nulla nella primavera del 2013 che raccolse in breve milioni di firme contro l’allora presidente islamista Morsi salvo scoprirsi poi un prodotto dell’esercito. Sono le nuove proteste una creazione militare per fare fuori Al Sisi e il suo entoruage avido di ville? È presto per dirlo, ma le braci della realissima rabbia egiziana covano da anni sotto la cenere. Mentre scriviamo centinaia di ragazzi stanno tornando in piazza e la polizia si ammassa sui cavalcavia, 40 arresti per gli standard locali sono pochi ma la storia non è finita. Il bivio è quello del Novecento.