U omini e pesci. Prima questi che quelli. Mentre l’altro giorno Giuseppe Conte dedicava in Parlamento qualche generica riga del suo discorso alla situazione libica — «impegno a favore della stabilizzazione» —, mentre l’ennesima nave di un’ong aspettava di scaricare chissaddove il suo pescato di disperati, mentre il generale Khalifa Haftar continuava ad assediare Tripoli e a bombardare l’unico governo che l’Italia e la comunità internazionale riconoscano ufficialmente, quello di Fayez Serraj, in tutto ciò c’era una diplomazia parallela che si muoveva. In senso contrario. Con la repubblica marinara di Mazara del Vallo che pensava bene, zitta zitta, di stabilizzare a modo suo e di firmare un accordo quinquennale coi libici perché la piantino di scassare i cabbasisi, come fanno da una vita coi pescherecci che sconfinano. C’è stata una cerimonia ufficiale, la stretta di mano a uso fotografi. E un dettaglio non trascurabile: la controparte non era il governo Serraj. No: l’accordo è con le milizie di Haftar. Quello che ogni tanto porta le folle in piazza a incendiare i tricolori italiani. «Si tratta d’un accordo privato», precisa il presidente di Federpesca. Così privato da far prevalere gli affari suoi sugli affari esteri: ogni barca pagherà 10 mila euro al mese, e un euro e mezzo ogni chilo di pesce, in cambio della pax mediterranea. Niente mitragliate, nessun sequestro. I primi dieci pescherecci sono già salpati, destinazione Cirenaica. Gli armatori si giustificano: «Che dovevamo fare? Lasciare che i pescherecci rischiassero ancora? Il governo italiano sconsiglia di pescare senza un accordo? Benissimo. Loro non hanno combinato nulla. Noi questo accordo l’abbiamo raggiunto». I nostri porti saranno chiusi ai migranti, ma le nostre reti restano apertissime ai branzini. Ma sì, aiutiamoli a casa loro. Finanziando una bella guerra civile: si vis piscem, para bellum.