Quale progetto di Paese futuro viene fuori dalla legge di Bilancio che la prossima settimana dovrà essere varata dal Consiglio dei ministri? Impossibile capirlo. Non perché sia oscuro il progetto che muove le azioni di politica economica del governo, quanto per la scarsa incisività delle misure messe in campo e la conseguente sostanziale inefficacia della manovra nel disegnare una strada di crescita per l’Italia. Ricapitolando, ci prepariamo a una manovra che assegna 29 miliardi e quindi ne deve reperire altrettanti. Il primo problema, notissimo, è che si è deciso di non aumentare l’Iva e quindi – solo per questo fine – se ne vanno 23 miliardi.

A impedire l’aumento dell’Iva il veto dei 5 Stelle, timorosi che un aggravio delle imposte indirette diventi un ulteriore freno alla scarsissima crescita prevista per il 2020, e per motivi simili i renziani di Italia Viva, che hanno costituito una gamba (per quanto traballante) del nuovo governo proprio in nome del no a qualsiasi aumento dell’imposta. Ma è davvero necessario non toccare in alcun modo le aliquote Iva, nemmeno rimodulandone alcune? Le categorie di commercianti ed esercenti potenzialmente toccate dagli aumenti hanno avuto ottimo gioco a rappresentare i propri interessi particolari, lanciando grida d’allarme per l’andamento dell’economia. Resta però da dimostrare che un ritocco verso l’alto delle aliquote sui beni di lusso, unito magari a un ribasso calibrato di alcune categorie di prodotti e servizi di larga diffusione o di primaria utilità per larghe fasce della popolazione, sia una misura che aumenta l’ineguaglianza e mette a repentaglio la crescita. Se ben studiata, anzi, potrebbe avere effetti contrari. La linea che sembra ormai passata, comunque, è che l’Iva non si tocca e si toccano invece quei 23 miliardi. Ne restano dunque altri 6 (in parte da trovare) a disposizione: un po’ più di 3 serviranno per le cosiddette “spese indifferibili”, ossia per far funzionare almeno al minimo la macchina pubblica; un po’ meno di 3 – 2,6 per la precisione – serviranno a ridurre il “cuneo fiscale”, ossia a tassare di meno gli stipendi dei lavoratori dipendenti. Una cifra davvero bassa, che secondo molti osservatori non potrà avere effetti espansivi concreti sull’economia se verrà distribuita all’ampia platea di 10 milioni di lavoratori che già beneficiano degli 80 euro di Renzi. Sul fronte delle coperture, ossia gli stessi 29 miliardi che bisogna trovare per affrontare quelle spese, le cose sono ancora più complicate. Basti dire che oltre alla cosiddetta “flessibilità” concessa dall’Unione europea per 14,4 miliardi – ossia l’autorizzazione a fare per il 2020 ulteriore deficit che andrà poi a cumularsi al debito pubblico – la voce più forte delle coperture ammonta a 7,2 miliardi di lotta all’evasione fiscale. Un risultato sul quale tutti, ma proprio tutti, gli osservatori indipendenti sentiti dal Parlamento per dare le loro opinioni sono perlomeno scettici. Tra le altre voci di entrata ci sono 1,8 miliardi di taglio dei sussidi dannosi dal punto di vista ambientale – e ovviamente c’è da aspettarsi una strenua resistenza delle categorie colpite – e 1,8 miliardi di nuove entrate fiscali che si presume verranno ottenute tagliando in parte detrazioni e deduzioni di chi paga le tasse. Anche qui, come hanno notato in molti, il principio può essere condivisibile, ma la conseguenza concreta è che si andrà a colpire quella categoria di contribuenti che appaiono più ricchi agli occhi del fisco, graziando invece chi con le tasse ha un rapporto criminalmente disinvolto. Dunque, un futuro affidato alla lotta all’evasione, che resta il proposito virtuoso di ogni manovra da qualche decennio a questa parte, un presente che rischia di penalizzare chi già paga e soprattutto non decide di spingere il massimo delle risorse in una direzione a costo di scontentare qualche categoria economica o qualche alleato di governo particolarmente sensibile ai sondaggi. Anche per questo è successo di assistere all’interno del Pd, ad esempio, allo scontro tra chi voleva convogliare più risorse verso le famiglie e chi – al Tesoro – spiegava che non era possibile farlo. Risorse scarsissime legate alla situazione infelice della nostra finanza pubblica, un gioco frenetico di veti incrociati tra alleati e anche all’interno delle singole forze politiche che appoggiano il governo, infine una sostanziale mancanza di visione per il futuro e di leadership – chi guida davvero oggi questo esecutivo? – fanno sì che la manovra della prossima settimana sarà una manovra piccola piccola. Chi la firmerà non sarà da condannare, viste appunto le condizioni in cui opera, ma avrà poco da gioire.