I bombardamenti dell’esercito turco sfiorano una postazione dei corpi speciali statunitensi nell’estremo nord della Siria causandone l’immediata evacuazione e spingendo Donald Trump ad attivare una serie di procedure volte a prevenire la deriva bellica di Recep Tayyip Erdoğan. Mentre Vladimir Putin invoca il ritiro di tutte le forze straniere presenti «illegalmente» sul territorio siriano. Venerdì, intorno alle 21 (le 20 in Italia), l’artiglieria di Ankara ha preso di mira un’area in prossimità dell’avamposto Usa sulla collina di Mashtenour, non lontano dalla città martire di Kobane, nella zona siriana che si trova sotto il controllo delle forze curde. Nella base si trovavano unità scelte Usa (tra alcune decine a un centinaio) e – sembra – francesi, le stesse che hanno coadiuvato le Forze democratiche siriane (composte da curdi, arabi sunniti e cristiani) nella guerra contro lo Stato islamico. Anziché rispondere al fuoco, i militari hanno avuto l’ordine di lasciare la base temporaneamente e in via cautelare, come riferisce un funzionario del Pentagono. Ankara assicura che nessuna postazione americana è stata presa di mira dalle sue forze impegnate nell’operazione “Fonte di pace”, ma un comunicato della Difesa Usa ribadisce come «l’esplosione è avvenuta a poche centinaia di metri da una posizione al di fuori della “zona del meccanismo di sicurezza” e in un’area conosciuta dai turchi per la presenza di unità Usa». Il Pentagono mette in guardia il sultano dall’evitare azioni che possano tradursi in un’immediata azione di difesa americana, e ribadisce la propria opposizione a ogni operazione che avvenga al di fuori delle zone cuscinetto. Le stesse che blindati di Washington e Ankara pattugliavano congiuntamente sino a qualche giorno fa per impedire incidenti come la violenta entrata dell’armata turca, all’inizio del 2018, ad Afrin (Operazione ramoscello d’ulivo). La storia si ripete e questa volta con la (forse involontaria) complicità di Trump che, annunciando di ritirarsi (e disinteressarsi) di una «guerra durata troppo», ha di fatto da to luce verde alla controversa operazione antiterrorismo di Erdogan, salvo ripensarci una volta preso atto del rischio «escalation». Ripensamento che mette in difficoltà le stesse forze sul campo, come dimostra il militare americano che rivela a Fox News come «sia vergognoso» assistere alla mattanza di chi sino a poco tempo fa era alleato nella lotta al terrorismo. Trump conferisce mandato al Tesoro di predisporre le opportune sanzioni nei confronti della Turchia in caso la situazione sfugga di mano, non fissando, tuttavia, una scadenza precisa per l’attuazione. Le contromosse Usa potrebbero giungere anche sul terreno, con la mobilitazione di forze tra le tremila che il Pentagono è pronto a inviare in Medio Oriente. E dai cieli visto che lo spazio aereo dal quale i caccia di Ankara martellano le postazioni curde è lo stesso pattugliato da jet Usa a est dell’Eufrate (a ovest i russi) nell’ambito dell’operazione anti-terrorismo «Inherent Resolve» attivata nell’ottobre del 2014. Tutte le truppe straniere presenti «illegalmente» in Siria devono andare via, afferma il presidente Putin, forte del fatto che la presenza di quelle russe è «legittimata» dal governo di Damasco. Chiara anche la presa di posizione della Lega Araba che riduce i rapporti con Ankara: «L’aggressione turca alla Siria costituisce una minaccia diretta per la sicurezza nazionale araba, così come per la pace e la sicurezza internazionali».