«Decideròio come quandomorire». Lo ricordano in pochi, ma Indro Montanelli, cronista invincibile nonché ateo perfetto, vedeva nel suicidio assistito un’estremafrontiera della libertà. In tema di dibattito sul diritto alla morte, il Vecchio Cilindro diventava un miliziano implacabile. In un articolo pubblicato sul Corriere della sera, “Il Tabù caduto,i soliti bigotti”, datato 18 luglio 2000, un Montanelli vicino al crepuscolo (sarebbe morto l’anno dopo, a 92 anni) accoglieva con gioiala caduta sul pregiudizio dell’eutanasia. Allora non esistevala sfumatura semanticadel “suicidio assistito”, e Marco Cappato era solo un radicale libero con i calzoni corti. Eppure Indro aveva iniziato la propria difesa della morte assistita parlando di un’indagine delle Fondazione Floriani chefotografaval’eutanasia «inlentamainesorabile crescita». E discettava sui «sei anni di galera inflitti (dopo il riconoscimento di tuttele attenuanti compresa quella delle seminfermità mentale che l’imputato non chiedeva, anzi rifiutava) a un disgraziato che aveva strappato il tubo dell’ossigeno di bocca alla moglie ridotta allo stato vegetale, e pensare che ai piromani colti in flagrante che stanno distruggendo il paese si esista ad appioppare qualche mese di detenzione». Per sostenerela tesi oggi acclarata dalla Corte Costituzionale,Montanelli richiamava un documento del Consiglio comunale di Torino che miravaalla depenalizzazione dell’eutanasia; ed evocava l’unica, coraggiosa proposta di legge sul tema firmata, allora, dei Verdi Mancini e Carella. Era, Indro, talmente preso dalla vicinanza all’argomento, che, di lì a poco, participò perfino, alla sua età, ad un dibattito all’Università Statale di Milano, in cui non peroròesattamenteil «dirittoal suicidio»: perché «il suicidio – spiegò – è una cosa che non ha né diritti né doveri. Difronte ad esso ci sono soltanto due sentimenti: di pietà, di enorme pietà, per lo stato di disperazione che ha condotto la vittima al suicidio. E di rispetto. Di altrettanto rispetto per il coraggio che ha chi resta vittima di questa cosa». Il vecchio cronista aspirava a vedere, magari prima della propria dipartita, uno spiraglio diluce, almeno un progetto, una bozza di legge sul famigerato finevita.Malo scetticismo,inlui, prevaleva sempre sulla speranza: «Nonfacciamoci illusioni: tutto questo rimarrà soltanto sulla carta, sommerso da un diluvio dinobili evirtuose parole sulla sacralitàdella vitael’intoccabilità deontologica del giuramento di Ippocrate (che Ippocrate, ne sono sicuro, non hamaiformulato). Ma nessuno prenderà l’iniziativa di una riforma della legge vigente. In Parlamento maggioranza e opposizione concordamente si defileranno perché una cosa èmanifestare infavore degli omosessuali, roba chefafesta,allegria, visibilità e, di conseguenza, voti. Altre cose è parlare di morte: argomento che, anche se non procura più scomuniche, rischia di farti passare per jettatore, e voti non porta». Dalìl’espressione di una grande riconoscenza nei confronti di Umberto Veronesi, allora ministro delle Sanità il quale, sfidandofatwe religiose d’ogni tipo, aveva almeno dichiarato la fine del tabù dell’eutanasia («Parliamone»). Indrointerpretava così il pensiero elegantemaformalissimo dell’oncologo: «Paese cattolico. Noi non abbiamo la forza di cambiare la legge, come hanno fatto in Olanda.Ma se il tabù è caduto e se ne può parlarein libertà, sarà pure per dire che contro il diritto del paziente (questo sì davvero sacrosanto) di decidere finoa chelimitele sueforzelo dispongono all’accettazione delle sofferenze fisiche emorali di un’agonia senza speranza, le arroganto obiezioni dei bigotti sia delleChiesachedella Scienza sono destinate alla sconfitta, anche se ancora lontana. Parliamone, quindi, parliamone». Se ne parlò. Anche se il Corriere non lo appoggiò in questa sua ossessione. Indroeralaico dentro. Sciveva: «Lo confesso: io non ho vissuto la mancanza di fede con la disperazione di un Prezzolini (…)Ma l’ho sempre sentita come una profonda ingiustizia che toglie alla mia vita, ora che ne sono al rendiconto finale, ogni senso». Era la fine del 2000. Mesi dopo, secondo affermazioni di Cesare Romiti e successivamente del cardinal Ravasi, Indro avrebbe ricevuto «il dono di una morte autenticamente umana» e sarebbe «morto sereno, a seguito di una riflessione religiosa», che tanto sembrava assomigliare ad una conversione. Ma di questo non si sono mai avute prove concrete. E, soprattutto, è un’altra storia.