«Non siamo un gruppo sconquassato, non siamo un gruppo da risanare, non siamo una barca senza timoniere. Siamo un gruppo leader». Il presidente di Gedi, Marco De Benedetti, sceglie il giorno del Cda sui conti per fare chiarezza, con una lettera, sulla situazione del gruppo editoriale dopo l’affondo, finanziario e verbale, del padre, Carlo De Benedetti. I termini della sua offerta «sono stati giudicati irricevibili», ricorda, una valutazione «che è poi stata confermata dalle analisi terze di cui si è letto nei giorni successivi». Ma non è solo una questione di famiglia. «Il 45% di Gedi non appartiene a noi fratelli, ma a Cir, di cui possediamo circa il 30%, mentre il restante 70% è di altri azionisti, che ci hanno affidato la gestione e di cui dobbiamo tutelare gli interessi secondo le regole e modalità del mercato». Se Marco De Benedetti tralascia l’aspetto personale dell’attacco dell’Ingegnere «a mio fratello Rodolfo e a me», un «tema per noi doloroso», non rinuncia a rispondere sui giudizi «infondati e gravi» del padre sul gruppo e sulla sua situazione. «Siamo molto meglio di come veniamo dipinti». Al contrario sottolinea come Gedi sia un «gruppo leader» sotto diversi aspetti. «Nella stampa quotidiana», ad esempio, «con il 20% del mercato e testate straordinarie come La Repubblica e La Stampa e tutti i giornali di diffusione locale». Ma anche nel digitale dove «siamo partiti prima e abbiamo costantemente accresciuto il vantaggio» come nelle radio «settore in cui grandi gruppi, Mondadori e Rcs, hanno tentato di svilupparsi, senza riuscirvi». In comune con gli altri editori ci sono dieci anni di «sfide enormi» affrontate «con sacrifici, ma senza traumi». Ricorda le innovazioni e gli investimenti fatti «sulle nuove piattaforme» e l’«ambizioso piano» per lo sviluppo digitale. «Abbiamo allargato il perimetro del gruppo a La Stampa e al Secolo XIX, due storiche testate che insieme ai quotidiani Finegil costituiscono oggi un network di rilevanza unica nel Paese». Ricorda poi come Gedi abbia «reagito rapidamente ed efficacemente alla crisi», preservando «testate e mezzi» senza svendite. «Non siamo ricorsi a formule o architetture suggestive (la fondazione per esempio) ma che non risolvono di per sé i problemi». Ma «abbiamo mantenuto l’identità del gruppo». Tutti risultati, aggiunge, «di cui mio padre era fiero» e che «restano tanto veri oggi come lo erano fino a poco tempo fa, quando ancora presiedeva il gruppo». Ora Marco De Benedetti assicura che «continueremo con impegno io, mio fratello Rodolfo e Monica Mondardini a svolgere il nostro ruolo di azionisti della società in modo da garantirle il miglior futuro».