«Togliere il nome Prosecco dalle nostre bottiglie sarebbe come se la Ferrari cancellasse il suo dalle automobili. Semplice, rischiamo il crac: però così non possiamo andare avanti, se porto l’uva in cantina ci perdo». Isidoro Mion assaggia gli acini dorati della sua glera in equilibrio sulla riva, a precipizio tra Follina e Miane. Scuote la testa: «Quando eravamo poveri — dice — ci prendevano in giro. Bevevamo il nostro bianchetto da caraffa e nessuno litigava. Poi siamo diventati ricchi, un fenomeno: soldi e invidia, la pace è finita». Sulle colline della Marca trevigiana la vendemmia sta per cominciare. Per la prima volta i contadini non parlano di acidità e grandine. Pensano «al referendum» che minaccia di far implodere il più iconico successo italiano nel mondo dell’ultimo decennio. Il pianeta Prosecco, dove si spilla il vino da aperitivo che ha cambiato lo stile di vita anche a Londra e a New York, vale 2,5 miliardi all’anno. Fa vivere 16 mila viticoltori, tra Veneto e Friuli Venezia Giulia ospita 500 cantine. All’improvviso è scosso da un terremoto: la secessione dei produttori-simbolo nella culla storica di Conegliano e Valdobbiadene. Le rare colline ricamate dai filari, appena indicate dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, contro la sconfinata pianura delle nove province del Nordest che in un pugno di anni si sono appropriate di quasi cinque bottiglie su sei. Per gli enologi la guerra è tra Docg e Doc: l’aristocrazia di 90 milioni di bottiglie e 8500 ettari contro il proletariato di 464 milioni di bottiglie e 24500 ettari. Fino a 2 milioni contro 300 mila euro, il valore a ettaro della terra. Oltre 700, contro 150, le ore di lavoro annuo a ettaro per contadino. «Per questo — dice Loris Dall’Acqua, enologo e gran maestro della Confraternita di Valdobbiadene — un nome generico come Prosecco è superato. Non esprime più un territorio, non racconta le differenze storiche della qualità. Impossibile spiegare al cliente perché beve lo stesso vino per 2 euro, oppure per 20 a bottiglia». La sua cantina, il nome Prosecco, l’ha già eliminato. Adesso però è partita la lettera che ha scatenato la bufera. I 2640 produttori di collina, a vendemmia finita, dovranno dire sì o no all’addio definitivo e di massa al nome diventato sinonimo dell’era dello spritz globale. Come se Tocai, Chianti e Barolo facessero sparire il marchio che ha trasformato la tradizione in capitale. Vincesse la nobiltà separatista del Conegliano-Valdobbiadene Superiore, cui si oppone un paladino dell’autonomia come il governatore leghista Luca Zaia, a vendere Prosecco resterebbero solo le cantine popolari che in pianura hanno cavalcato il boom delle bollicine low-cost. Uno strappo da 16 bottiglie ogni 100. Peccato siano, per l’immagine, quelle che contano. «La verità — dice Dall’Acqua — è che il successo è finito fuori controllo. Il mondo è inondato dal Prosecco industriale. Quello falso, Ucraina e Romania quasi lo regalano. Se scoppiano la bolla e la Brexit, bisogna salvare almeno gli eroi che non hanno speculato sulla corsa al ribasso». Uno schiaffo da shock dentro un universo che già deve difendersi dalle accuse di «insostenibilità ambientale»: o dal miraggio di trovare qualcuno disposto a vendemmiare, perché «per gli italiani si fa troppa fatica». Così, nelle vigne e nelle cantine del Prosecco Doc, è rivolta. «Se il nome che ha fatto la fortuna di tutti all’improvviso fa schifo a chi produce Docg — dice Stefano Zanette, presidente del consorzio che tutela il Doc — lo buttino pure via. Evitino però di denigrare il lavoro degli altri: grazie alla capacità di rispondere alla domanda del mercato, in dieci anni, abbiamo regalato un terzo di fatturato in più anche a chi ora sputa nel piatto». L’incubo non è però solo «la bolla delle bollicine». Sempre più difficile controllare cosa finisce nelle bottiglie esplose al ritmo del 10% all’anno dal 2009 e verificare la vigna d’origine di ogni acino: convincere chi amava lo spumante, di non brindare con un surrogato da discount. «Il cortocircuito — dice Innocente Nardi, presidente del consorzio Conegliano Valdobbiadene — si consuma con il successo mondiale. Una piccola cantina, con un mercato poco più che regionale, può sostituire il suo marchio al nome storico. Chi esporta, non ancora. All’estero comprano Prosecco e basta. Lo champagne ha impiegato un secolo per accreditare i brand di punta nella tasca di chi può scegliere. Noi siamo ancora neonati e ci confrontiamo con lo scaffale del supermercato. Tra vent’anni potremmo discutere, ma oggi scendere dall’aereo in volo è un lusso che non possiamo permetterci». Divisi non solo consorzi, contadini e cantine. In collina chiamarsi Prosecco, causa costi, fa guadagnare sempre meno. In pianura il nome resta invece cruciale per non finire sfusi nei cartoni. Due crociate contrapposte, unite solo dalla sacralità di una montagna di soldi da salvare. La maggioranza, scoppiata la bomba, teme di restare sotto le macerie dall’anonimato. Per i separatisti che hanno acceso la miccia, a essere in rovina è proprio il nome. Nessuno tornerà indietro, lo scisma nel calice è compiuto. «Ci guarderanno con sospetto — dice Isidoro Mion risalendo la sua collina pettinata — se il capofamiglia sbatte la porta di casa, poi si evita di entrare e di sedersi a pranzo. Pagheremo il conto noi contadini». L’epilogo, nella Marca, si dà per scontato. Finirà che per bere un goccetto prima di cena, giusto per evitare guai, dovremo fare come una volta: chiedere all’oste «uno di quello buono» e stop.