Che succede se l’Ilva chiude? L’impatto negativo sull’economia nazionale sarebbe molto significativo: sono in ballo complessivamente cinquantamila posti di lavoro; fortissimo quello sulla Puglia: almeno il 3% del suo Pil: che valore, infatti, ha la produzione di acciaio aTarantoinbase,quantificataal piano industriale che ArcelorMittal si era impegnata a realizzare? E’ possibile rispondere con precisione a questa domanda, anche grazie ad un dettagliato studio di impatto realizzato dalla Svimez poco più di un anno fa. Sotto il profilodelle quantità, la produzione IlvadiTaranto e dei due impianti liguri (Genova eNovi) si dovrebbe attestare per iprimi anni a ottomilioni di tonnellate all’anno, pari apocopiù diun terzodi tutto l’acciaio realizzato in Italia,conunaprospettiva di aumento dopo il 2023conulteriori due tonnellate aTaranto. Si tratta dunquediuna quota rilevante diun importante settoredellamanifattura nazionale. Sotto il profilodegli investimenti, la nuovasocietà si era impegnata per 2,4 miliardi di euro, acui va aggiunto oltre unmiliardo di spesedestinate alla bonifica.Questi investimenti attiverebberoun valore economico complessivodi oltre 3miliardi di euro all’anno.Lamaggior parte di questo valore aggiunto sarebbenaturalmente localizzato inPuglia,per circa 2,3 miliardi.Per avere un terminedi paragone, siconsideriche ilPil di quella regionenel 2017 è pari a pocomeno di 70miliardi.Quindiparliamo,come solo effettodiretto degli investimenti nell’acciaieria tarantina, dicirca il 3% di quanto si realizza inPuglia ogni anno. Quasiunmiliardo diPil sarebbe a beneficio del resto delPaese: questo è moltosignificativo, perché le produzioni tarantine e liguri necessitanodi beni e servizi realizzati nel resto delPaese.Cioè diffondono i loro effetti sull’intero territorio nazionale.Naturalmente questi effetti siripetono ogni anno:nell’arcodiun quinquenniosi trattadi 15miliardi di euro,cioècirca l’1% dell’intera produzione annuale dell’Italia.Va ancheconsideratoche la solaPuglia oggi (2018) esporta acciaiopercirca mezzomiliardo di euro. Infine,sotto ilprofilo dell’occupazioneparliamoper la sola Pugliadicirca 20.000unità direttamentecollegati alla produzione, interne ed esterne allo stabilimento.Ma ad esse vanno aggiunte altre 11.000 unitànei beni e servizi indotti dalla siderurgia,come i trasporti o l’energia. Ilmaggiore reddito di questepersone si traducepoiunmigliore tenoredi vita e quindi inmaggiori acquistinell’intera economia regionale: la Svimez l’anno scorso quantificavaquesto effetto indotto incirca 11.000ulteriori postidi lavoro.Perdirla in altri termini, se l’Ilva chiudesse, la produzionecessasse e i dipendenti si trovassero senza stipendio, ilcostoper laPuglia sarebbe dipoco piùdi 42.000postidi lavoro; in una regione dove l’occupazione totale è dicirca unmilione e duecentomila unitàsignifica oltre il 3%.Agli effetti occupazionali inPuglia sonoda aggiungerequellinel resto delPaese, pocomenodi diecimila.Ancorauna voltaconuna stimadi largamassima diciamochesono in ballocirca cinquantamilaposti di lavoro in tutta Italia,sommando quellidiretti, indiretti e indotti.A questecifre vanaturalmente aggiunto ilcosto –non quantificabile mamolto grande –della scomparsa di grandecultura e tradizione industriale, con tutto quellocheciò significa perun territorio: la “dismissione” diBagnoli è lì a ricordarcelo. Epoi?Che succederebbe di tutti gli attualidipendenti?Quanti e quali ammortizzatori socialibisognerebbe mettere incampo?E quali effettisociali, culturali,psicologici avrebbe la presenzadimigliaia emigliaia di persone senza lavoro inun’area ristretta intorno aTaranto?E quanto costerebbe alle cassepubbliche, ancora, lamanutenzione e auspicabilmente la progressiva bonificadell’immenso territorio oggi copertodall’acciaieria? Quantidecenni sarebberonecessari? Tutte domandeche trovano facilmente risposte assai preoccupanti, checonvergono inuna semplice valutazione finale.L’Italianon può permettersi, danessunpunto di vista, uncollasso industrialecome la chiusuradel siderurgico tarantino.