Le tasse sulla plastica e sullo zucchero fanno infuriare le imprese, l’aumento del gasolio porta sul piede di guerra camionisti e trasporto pubblico locale, il ridimensionamento della Flat Tax gialloverde, insieme alle sanzioni per i commercianti che rifiutano pagamenti elettronici, accendono nella maggioranza una battaglia tattica sul consenso delle partite Iva e le manette agli evasori dividono il governo mentre sullo sfondo resta una riforma della giustizia tutta da definire. La prima vera prova sul campo del governo Conte-2 rappresentata dalla manovra sembra tagliare di netto la brevissima luna di miele che la nascita dell’Esecutivo aveva prodotto almeno in quella parte di Paese che attendeva un po’ di serenità dopo mesi scanditi da vertici notturni, accordi di maggioranza appesi a un filo reciso subito dopo l’intesa, veti e controveti messi dai partner di maggioranza per far sventolare la propria bandiera in un’infinita concorrenza interna su ogni singola misura. Gli ultimi tre giorni, dal weekend vissuto fra la Leopolda e l’Eurochocolate di Perugia al lunedì di vertici e consiglio dei ministri a tarda sera, ripropongono invece lo stesso identico armamentario. E quando si sfronda la nebbia delle battaglie tattiche sugli interventi ipersensibili sul piano politico più che su quello economico, dal Pos ai limiti al contante, si intravede il rischio di un Conte-2 «ingessato» come il Conte-1 degli ultimi mesi. Perché l’Iva non si tocca, anche se al ministero dell’Economia si era lavorato parecchio per provare a liberare risorse per altre misure; quota 100 non si può nemmeno sfiorare, nonostante le ipotesi di intervento sulle finestre fossero sufficienti a dare più ossigeno al taglio del cuneo fiscale. Il caos non aiuta nemmeno l’attività ordinaria. Il Conte giallorosso ha ereditato dal Conte gialloverde 281 decreti attuativi ancora da approvare, e per 124 di questi il termine di adozione è scaduto. Lo spiega il report pubblicato dall’Ufficio del programma di Governo, che mostra anche come una settantina di provvedimenti rimandino alla manovra, ma altri 50 risalgono al decreto crescita, circa 20 allo sbloccacantieri e una quindicina al decretone su reddito di cittadinanza e quota 100. E intanto tornano a ingombrare il campo i grandi classici della paralisi italiana. Alitalia, che in onore dello stallo vede spuntare in fondo al decreto fiscale un altro finanziamento da 350 milioni per la sorpresa di una parte della maggioranza (renziani in testa); e l’Ilva, dove il nuovo attacco soprattutto pentastellato allo scudo penale concordato a suo tempo con Arcelor Mittal torna a mettere a rischio il futuro dell’impianto e dei 20mila posti di lavoro che gravitano intorno alla più grande acciaieria d’Europa. Il tutto mentre pare tramontare per l’ennesima volta la vera emergenza degli investimenti pubblici, che non risiede nei fondi aggiuntivi (ogni governo mette la propria quota) ma negli interventi rapidi per sbloccarne l’esecuzione. Le infrastrutture da priorità nazionale sono finite nel silenzio assoluto, scomparse di scena, forse per il timore di ripetere il canovaccio del Conte 1, mentre si attendono almeno i commissari per le opere importanti come il terzo valico Milano-Genova e una mossa alla luce del sole per aprire la sfida delicatissima del regolamento appalti. Merito delle questioni e posizionamento dei fronti cambiano di misura in misura, in una geografia complicata che rompe gli stessi partiti e finisce per essere incomprensibile ai non addetti ai lavori. Ma il problema di fondo si ripete sempre uguale. La battaglia tra i leader in competizione non si ferma di fronte ai tentativi del premier Conte di trovare la sintesi politica che rappresenta il cuore del suo ruolo. Lo stesso Conte, per provare a marcare una distanza dai suoi primi 14 mesi passati da inquilino a Palazzo Chigi, è intervenuto in prima persona per ricordare gli accordi presi in consiglio dei ministri sotto la sua guida. Ma il risultato, per ora, è stato l’ennesimo vertice di maggioranza.