Il nome c’è. Il movimento di Matteo Renzi si chiamerà “Italia viva” e non è un’assoluta novità. Quando Walter Veltroni girò in pullman l’Italia nella campagna elettorale del 2008, e il Pd era ancora neonato, volle proprio questo slogan “Italia viva”. Il giorno dopo l’annuncio della scissione con un’intervista a Repubblica, Renzi però non pensa a un ritorno alle origini dei Democratici. Definisce il Pd un «partito novecentesco che non funziona più, c’è bisogno di una cosa nuova, allegra e divertente». Che parli di politica ma «non in politichese e che non sia antipatica». Un partito pop, il cui leader, come prima iniziativa, lancia una sfida in tv a Matteo Salvini. Proposta accettata subito dal segretario della Lega. La leggerezza invocata da Renzi non corrisponde però al clima nel Pd. Lo strappo renziano è una frattura grave e un trauma. Il segretario Nicola Zingaretti sente Paolo Gentiloni, si consiglia con Dario Franceschini e con il vice segretario Andrea Orlando. La parola d’ordine è non alzare i toni: «La scissione è un errore, dispiace ma pensiamo al futuro», commenta Zingaretti. Andrea Martella, sottosegretario all’Editoria, rincara: «Le tante persone che danno l’anima al Pd non meritano di essere trattate come un relitto novecentesco». Al Nazareno si ragiona su quello che sarà, e per rilanciare subito si annuncia il tesseramento dal 3 al 6 ottobre nelle piazze. L’obiettivo è allargare la base del partito: «Apriamo le porte a tutte le persone che hanno voglia di cambiare», rilancia Zingaretti. Sui social si scatenano commenti e ironie sull’addio renziano. La base dem si divide. Non commenta direttamente Romano Prodi, ironizza con i cronisti («Piacere, Matteo Renzi»), ma parlando della politica italiana avverte: «Questa frammentazione ci distrugge». Beppe Grillo su Twitter accomuna Renzi e Salvini: «I due Mattei sono passati entrambi alla minchiata d’impulso, il Paese è instabile e pieno di rancori, non è il momento di dare seguito a dei narcisismi». È l’appello, ripreso anche in una singolare lettera aperta ai renziani. Ma per l’ex segretario ormai il dado è tratto. Sui numeri non c’è ancora assoluta certezza. In tv a Porta a porta, Renzi annuncia che saranno una quarantina: 25 deputati e 15 senatori. Due le ministre che passano con “Italia viva”: Teresa Bellanova e Elena Bonetti, ma un solo sottosegretario Ivan Scalfarotto, perché Anna Ascani, che al congresso ha appoggiato il turborenziano Roberto Giachetti, preferisce restare nel Pd. «Mi ha dato moltissimo , non me la sento di lasciare», dice. Oggi i nomi dei parlamentari che seguiranno Renzi saranno ufficializzati. Alla Camera si unisce ai renziani Matteo Colaninno e Lucia Annibali. Il Senato è l’epicentro della scissione dem, non solo perché Renzi è senatore ma soprattutto perché lì i numeri della maggioranza giallo- rossa che sostiene il governo Conte sono risicati e quindi i renziani saranno ago della bilancia. Renzi sul governo rassicura: «Io non voglio staccare la spina, perché dovrei . Caspiterina, l’ho messa io la spina dentro. Questa legislatura durerà fino al 2023: dovrà eleggere il nuovo presidente della Repubblica». Parla di Zingaretti con simpatia: «Resta un amico, non ho nessuna polemica da fare con lui». Dario Franceschini in un colloquio con la ministra tedesca Michelle Müntefering ammette: «It’s a big problem», parlando dell’addio di Renzi. E Enrico Letta, l’ex premier ritiene che «il governo e il centrosinistra sono meno forti dopo la scissione, che non ha ragioni politiche».