«Ma quale multa, chi la chiama così non ha capito di cosa stiamo parlando. Non si tratta di una sanzione, ma di un patto politico-morale che i candidati del Pd in Umbria hanno proposto e stabilito liberamente di sottoscrivere con il tesoriere regionale per “risarcire” il partito nel caso in cui, una volta eletti, qualcuno decidesse di lasciare il gruppo». Il commissario dem Walter Verini non sa più a quale santo votarsi per domare «la tempesta in un bicchiere d’acqua» scatenata dall’impegno firmato dagli aspiranti consiglieri per scoraggiare i cambi di casacca in costanza di mandato: chi vorrà abbandonare, dovrà prima sborsare 30mila euro, pari al danno d’immagine e finanziario patito da un partito che già di suo non naviga nell’oro. Già ribattezzato codicillo anti-Renzi, l’inedita iniziativa ha subito acceso gli animi nel Pd e dintorni: specie dalle parti di Italia Viva, che molto conta sulle prossime defezioni per ingrossare le sue fila. «Sciocchezze», taglia corto Verini, «l’idea è stata lanciata da Giacomo Leonelli, che fra l’altro è un renziano della prima ora, è stata condivisa da tutti i candidati e non ha niente a che vedere col dibattito nazionale sul vincolo di mandato inaugurato dai 5S: il patto umbro non lo mette in alcun modo in discussione, ogni consigliere — e ci mancherebbe altro — è libero di esercitare le sue prerogative come meglio crede». E non gli si dica nemmeno che questo meccanismo somiglia tanto alla penale da 100mila euro prevista dai regolamenti del Movimento per zittire il dissenso, costringere a votare come ordinano i vertici e impedire fuoriuscite. «I candidati hanno solo voluto offrire una maggior tutela al rapporto tra eletti e comunità degli elettori: chi se ne va è chiaro che rompe un patto di fiducia», insiste Verini. Ma nel Pd è bagarre. «Non avevo capito che la scelta di costruire un’alleanza Pd-M5S in Umbria, peraltro mai discussa, prevedesse l’obbligo di emulare le parti peggiori del grillismo. È qualcosa al di fuori della cultura politica democratica» tuona Matteo Orfini. Pronta la replica della vicesindaca di Carpi Monica Gasparini: «Orfini preferisce andare dal notaio e cacciare chi non la pensa come lui, come fece ai tempi di Marino». E se il capogruppo in Senato Andrea Marcucci invita «a ripensarci, inseguire i grillini non è una buona idea», subito ritwittato dall’omologo di Italia Viva Davide Faraone, il deputato renziano Luciano Nobili va giù duro: «Il problema non è il Sistema Casaleggio all’Onu, è il Sistema Casaleggio in Umbria». E mentre l’ex governatrice Marini si diverte («Qui da noi le modifiche costituzionali si applicano prima che le approvi il Parlamento… Siamo avanti»), il capolista umbro Luca Gammaitoni si dice sconcertato: «È un patto politico-morale per rispetto della comunità di elettori democratici che ci voterà sotto il simbolo Pd, non certo un vincolo sanzionatorio. E come tale l’abbiamo sottoscritto».