Sono passati sei mesi, era aprile quando dalla procura di Roma partì l’ennesima richiesta di informazioni ai colleghi egiziani. Gli stessi che avevano sempre giurato il massimo della collaborazione. Il sostituto procuratore Sergio Colaiocco cercava elementi per supportare il racconto di un testimone, il primo probabilmente in questa storia, che aveva ascoltato uno 007 egiziano raccontare di aver partecipato al sequestro di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto tra il gennaio e il febbraio del 2016. Quella testimonianza può ancora essere cruciale. E inchiodare alle loro responsabilità gli agenti della National Security, il servizio di sicurezza egiziano, dove lavorano i cinque agenti indagati oggi dalla procura di Roma per il sequestro di Giulio. Bene, sono passati sei mesi. E nessuna risposta dal Cairo alla richiesta italiana, è arrivata in piazzale Clodio. Non un’indicazione, niente. A conferma di quello che a molti pareva ormai chiaro da tempo: l’Egitto non ha alcuna intenzione di collaborare con l’inchiesta italiana. Probabilmente non l’ha avuto sin dal principio se è vero, come è vero, che la storia di questa inchiesta è una storia fatta di depistaggi (cinque innocenti sono stati uccisi dalla polizia egiziana, nella speranza di addossare loro la morte di Giulio). E di bugie. Tanto che tutto quello che oggi si sa è dovuto a un’indagine per sottrazione: al lavoro, cioè, dei carabinieri del Ros e dei poliziotti dello Sco che hanno dovuto smontare pezzo per pezzo le bugie che arrivavano volta per volta dal Cairo. A rendere la situazione ancora più complicata c’è poi un’altra circostanza: il procuratore generale Nabel Sadek, che fin qui era stato il punto di riferimento dei magistrati e delle autorità italiane, è andato in pensione. Sadek è stato sostituito da un nuovo magistrato che pare essere in ottimi rapporti con il presidente Sisi. E che, comunque, in queste prime settimane di lavoro non ha ritenuto opportuno affrontare con l’Italia il caso Regeni. Un ennesimo schiaffo al quale i genitori di Giulio, Paola e Claudio, non hanno intenzione di rispondere con il silenzio. Non a caso oggi alla Farnesina incontreranno, insieme con il loro avvocato Alessandra Ballerini, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Al quale chiederanno, come già hanno fatto in più occasioni pubblicamente nelle scorse settimane, il ritiro dell’ambasciatore italiano al Cairo. Inviato due anni fa con il compito di accelerare la collaborazione investigativa con l’Italia, il lavoro di Gianpaolo Cantini è servito soprattutto — come hanno documentano i numeri — a implementare il business tra Italia ed Egitto. Questa volta è possibile, però, che qualcosa si muova. D’altronde il presidente della Camera, Roberto Fico, in occasione della lectio magistralis tenuta all’università di Trieste la scorsa settimana, è stato molto chiaro: «In Egitto la giustizia è solo sulla carta, non viene messa in pratica. Niente libertà di espressione e di stampa. Il divieto di tortura è soltanto una realtà fittizia, i maltrattamenti avvengono ancora e Giulio ne è l’esempio. Purtroppo in questi anni sono state fatte tante promesse e dette tante parole, ma ancora nulla è stato mantenuto».