La «dottrina Trump» non esiste, sostiene, tra gli altri, Bob Woodward. Ci sono solo i tweet, postati dal presidenteabeneficio di 67 milioni di follower. Politici di tutto il mondo, diplomatici, giornalisti e, naturalmente, sostenitorieavversari: l’audience di Trump è ormai universale. Dal giorno del suo insediamento, il 20 gennaio 2017 a oggi, sono circa 11 mila messaggi, un flusso che non solo non conosce riposo, domeniche o feste comandate, ma che continua ad aumentare. «Ha bisogno di twittare, come noi di mangiare», ha c ommentato Kellyanne Conway, consigliera alla Casa Bianca, tra le più vicine allo Studio Ovale. Il New York Times si è tuffato in questo mare di parole, punti esclamativi, caratteri in stampatello, cercando di mettere un po’ di ordine. Impresa oggettivamente difficile, perché Trump riversa sul suo account tutta l’imprevedibilità e l’erraticità dei suoi umori, prima ancora che delle sue posizioni politiche. Tanto che i suoi collaboratori più stretti, rac c onta il quotidiano newyorkese, avevano contattato Twitter per capire se si potevano tenere i flash presidenziali in sala d’attesa per 15 minuti. Il tempo di controllare che non ci fosse qualcosa di irreparabile. Ma alla fine hanno rinunciato: da questo punto di vista Trump è semplicemente ingovernabile. Il leader della Casa Bianca si affaccia sul social quasi sempre la mattina: dalle 6 alle 10. In quelle ore è da solo, davanti alla tv, spesso sintonizzato su Fox News. Guarda, prende nota dei commenti, si carica come una molla. Poi, regolarmente, scatta. La metà degli 11 mila tweet contengono attacchi durissimi. Come sappiamo il presidente non fa distinzioni tra politiche e persone. La polemica non è contro la linea ufficiale dei democratici, ma contro «Hillary la corrotta», o «Joe morto di sonno» . Stesso discorso per James Comey, l’ex direttore dell’Fbi, licenziato nel 2017; per il fondatore di Amazon ed editore del Washington Post, Jeff Bezos, oppure, più di recente, per la Speaker della Camera, Nancy Pelosi. Circa duemila tweet sono autocelebrativi. Trump è il migliore presidente della storia, il più intelligente, il più abile «commander in chief». Per 183 volte si è vantato per le dimensione delle folle che accorrono ai comizi; in 570 casi ha offeso gli immigrati; mentre gli elogi dei dittatori, a cominciare dal nord coreano Kim Jong-un, sono 132. I media, quasi sempre «sull’orlo del fallimento», vengono bollati come «nemici del popolo» in 36 uscite. C’è poi un aspetto inquietante. Trump è anche un frenetico ri-twittatore. Ha rilanciato in rete almeno 145 account non verificati che diffondono teorie cospirative, contenuti estremi. Tra questi 25 sono stati sospesi da Twitter: un assortimento che comprende suprematisti bianchi, fanatici anti musulmani, seguaci di Qanon, estremisti considerati dall’Fbi come una potenziale minaccia per la sicurezza nazionale.